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mercoledì, settembre 06, 2006
 

"Prefiero tu hermana a tu camiseta"  Añadir a Mi carpeta

Materazzi calienta el Francia-Italia con su versión del cabezazo de Zidane

ELEONORA GIOVIO  -  Madrid
EL PAÍS  -  Última - 06-09-2006
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Materazzi, tras la expulsión de Zidane.
Materazzi, tras la expulsión de Zidane. (AFP)
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En París se venden camisetas con insultos al central italiano al que cabeceó Zizou en la final del Mundial

Italia y Francia vuelven a verse las caras esta noche en París, casi dos meses después de la final del Mundial disputada en Berlín. Aquel 9 de julio acabó en los penaltis, terminó con el triunfo de Italia pero también con un cabezazo. El que Zinedine Zidane propinó al "provocador" Marco Materazzi.

El italiano, en un momento dado, agarró de la camiseta al francés. Éste respondió: "Si tanto te gusta mi camiseta, al final te la doy". "Prefiero a tu hermana", replicó el italiano, según sus declaraciones, publicadas ayer en La Gazzetta dello Sport. Los dos jugadores, que fueron convocados por la FIFA el pasado 20 de julio para aclarar los hechos, no llegaron a tener un cara a cara. Cada uno explicó por separado lo sucedido.

Esta noche, en el partido de clasificación para la Eurocopa de 2008, tampoco podrán enfrentarse. Zidane porque dijo adiós al fútbol en Alemania y Materazzi -a su pesar- porque tiene que cumplir la sanción de dos jornadas que le impuso la FIFA.

El jugador italiano -conocido en Italia como el carnicero por su poca deportividad con los adversarios- no se explica todavía cómo la FIFA pudo sancionarle. "No entiendo por qué, pero esta noche tendré que ver el partido sentado en el sofá de mi casa", dijo en la entrevista a La Gazzetta. Acto seguido, señaló: "Sigo esperando las disculpas del francés". Eso sí, se muestra dispuesto a arreglar el asunto con tal de que se haga sin que trascienda en la prensa. "La puerta de mi casa está abierta, si él quiere hacer las paces sabe dónde puede encontrar mi dirección", señaló.

Si fuera por los aficionados franceses, Zidane y Materazzi serían enemigos eternos. El Baile del cabezazo -canción-parodia escrita por dos hermanos franceses- se convirtió en la canción del verano en Francia. Un triunfo. Pero ahora, con el otoño, es otra historia. Había que buscar otro invento. Y una tienda de París lo ha conseguido. Los que quieran pueden comprar, por 19,99 euros -más cuatro si la compra se hace por Internet- una camiseta en la que lleva inscrita la leyenda "Fuck Materazzi".

Dos meses después del choque -nunca mejor dicho- entre los dos jugadores, todavía se desconoce cuál fue la causa que llevó a Zidane a propinar un cabezazo a su adversario. El jugador francés, durante una entrevista a Canal + Francia que paralizó el país, pidió excusas por su gesto pero no lo lamentó; confirmó que Materazzi lo había insultado gravemente pero no quiso revelar más. Eso dio espacio a numerosas interpretaciones. Algunas más serias que otras. En Internet llegó a circular una, algo divertida, según la cual Materazzi se habría atrevido a pedir a Zidane que se fuera "a jugar al Inter", equipo que ganó su última Liga hace 17 años. Materazzi, en cambio, se limitó a decir que había insultado al jugador francés porque éste "le miró con aire de soberbio durante todo el partido". Cosas del fútbol. El caso es que los ecos de aquella final no se apagaron durante todo el verano. Y siguen sin apagarse, hasta que, claro está, Zinedine Zidane, encuentre la dirección de Materazzi, tal como le pidió el italiano.

Mientras algunos de los que verán en directo el partido en el Saint Denis llevarán la camiseta "Fuck Materazzi", habrá otros que se mantendrán al margen de la contienda. Serán 70 ex ocupantes ilegales de un gimnasio en las afueras de París, invitados por Lilian Thuram -el mismo que hace año y medio defendió a los manifestantes de los suburbios de la capital francesa- y Patrick Vieira. El mayor edificio ocupado en Francia, situado en Cachan, fue evacuado por la fuerza el pasado 17 de agosto.

Mientras tanto, el seleccionador francés, Raymond Domenech, ha pedido a los aficionados franceses que no piten el himno italiano antes del encuentro como una prueba de "grandeza y deportividad".




giovedì, febbraio 17, 2005
 
Bienos Aires, 17 febbraio 2005 - E' morto Enrique Omar Sivori. Il grande campione argentino, che aveva 69 anni, è morto per un tumore al pancreas a San Nicolas, la citta' a circa 200 chilometri da Buenos Aires dove risiedeva da molto tempo ed aveva una azienda agricola. Lo hanno reso noto fonti della famiglia.

Lo scorso 20 settembre, Sivori era stato ricoverato d'urgenza nella Clinica Mater Dei di Buenos Aires per pancreatite acuta, superata poi con un intervento chirurgico.

Sivori aveva 69 anni. Aveva esordito nel River Plate, poi arrivò in Italia alla Juventus, che lo pagò 160 milioni. In Italia gicò anche nel Napoli e vestì anche la maglia della nazionale azzurra. Con i bianconeri vincerà tre scudetti e, nel 1961, il «Pallone d'Oro» 

 


mercoledì, gennaio 19, 2005
 
Il ferito è un centrocampista della squadra fondata da Totò Schillaci
Calciatore in coma, l'aggressore figlio di un boss
Il padre dell’arrestato è ritenuto vicino a un uomo di Provenzano
PALERMO - Ha avuto il torto di «sbagliare» con il figlio di un mafioso. Un tipo cresciuto in un ambiente di rispetto, con un padre dalle amicizie importanti, legato a padrini del calibro di Benedetto Spera, ritenuto il braccio destro di Provenzano. Lui, Marco Sortino, 17 anni, si è permesso di «offendere» Filippo Di Pisa, quasi il doppio di anni e un precedente per rissa. Ricevendo per risposta una testata al viso che l’ha fatto stramazzare a terra svenuto prima della corsa in ospedale, reparto di rianimazione, dove ora è ricoverato in coma. Grave, ma non in fin di vita, spiega il responsabile della divisione del «Civico» Mario Re, anche se c’è il rischio di dover asportare la milza.

Lo scontro è avvenuto in un campetto di calcio di periferia, a Misilmeri, campionato di prima categoria: giocano la squadra di casa e il «Palermo srl» di Totò Schillaci, che domina la gara. Sortino è gasato dal vantaggio, si è sul 3-1, mancano 5 minuti alla fine. A un certo punto Di Pisa fa un’entrata spaccagambe su Sortino e viene espulso. Sortino non reagisce ma fa qualche commento pesante. Di Pisa, anziché uscire dal campo, lo aggredisce. Poi lo lascia a terra e se ne va. Il ragazzo viene soccorso dal padre, Franco, suo allenatore, e dal fratello maggiore Salvo, suo compagno di squadra. Arrivano gli altri ragazzi, gli avversari, qualcuno del pubblico. Arrivano anche i carabinieri. Che bloccano Di Salvo e lo portano in caserma contestandogli il reato di lesioni volontarie aggravate. In serata il fermo viene trasformato in arresto, sia pure con il beneficio dei domiciliari. Altri guai per il figlio del mafioso, che paradossalmente viene difeso dal padre della vittima. «Sono preoccupato per le sorti di mio figlio. Per fortuna migliora di ora in ora e la prognosi a quanto sembra è favorevole. Ma non criminalizziamo Di Salvo. È stato un momento di follia, può capitare».

Di Filippo Di Salvo, 32 anni, costruttore edile con l’hobby del pallone, parlano anche i compagni. «Non è mai stato violento, mai stato espulso o ammonito. È un tipo tranquillo, per noi è un esempio». Totò Schillaci esprime il suo sgomento: «Lo sport deve essere una palestra educativa. Ho fondato questa squadra per strappare alla strada tanti ragazzi a rischio, perché possano crescere nel rispetto dei valori. Poi succedono fatti come questi e resti senza parole».
Di Salvo sarà interrogato oggi dal sostituto procuratore di Termini Imerese Francesco Grassi. Il magistrato sentirà poi l’arbitro palermitano Salvatore Casano per ricostruire sequenza per sequenza il film di questo pomeriggio domenicale.

Enzo Mignosi 
 


sabato, novembre 27, 2004
 

Processo Juve, medico condannato
Emessa la sentenza. Un anno e dieci mesi per frode sportiva al dottor Agricola, piena assoluzione per l'ad Antonio Giraudo

Condannato a un anno e dieci mesi per frode sportiva il medico sociale della Juventus Riccardo Agricola, assolto da tutti i reati contestati l’amministratore delegato Antonio Girando. Si è concluso venerdì con la lettura della sentenza da parte del giudice Giuseppe Casalbore, il processo doping a carico della società bianconera. Prima del ritiro della corte, l’avvocato Anna Chiusano, figlia di Vittorio e difensore di Girando, ha avuto il tempo di pronunciare l’ultima arringa, conclusa citando una frase divenuta famosissima dell’allenatore slavo Vujadin Boskov: “Rigore è quando arbitro fischia. Reato è quando legge prevede”. Poi la sentenza, arrivata dopo quattro ore di camera di consiglio. Il dottor Agricola è stato riconosciuto colpevole di frode sportiva, compreso l’uso dellEpo, e di somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute dei giocatori. Il medico, che ha ottenuto la sospensione condizionale, è stato interdetto dalla professione per tutta la durata della pena. Piena assoluzione per l’ad Girando.
Soddisfatto il pubblico ministero Raffaele Guariniello, che si è lasciato sfuggire poche parole, “bene, bene”, al termine della lettura della sentenza. ''Abbiamo pareggiato in trasferta'' è stato invece il commento di Luigi Chiappero, uno degli avvocati difensori della Juve. ''Continueremo - ha proseguito Chiappero - a combattere per Agricola, convinti della bontà delle nostre motivazioni. Adesso aspettiamo le motivazioni del giudice, che è un magistrato bravissimo. Ma speravo di averlo convinto sull'Epo: avevamo argomentazioni monumentali. In ogni caso questa era la partita di andata, e il campo non ci era favorevole. Era come se fossimo in trasferta, anche se l'arbitro è stato corretto. Adesso ricorreremo in appello. Ci saranno tre giudici, e speriamo che sei occhi vedano meglio di due''.
Amaro il commento del dottor Agricola: "Sono stato usato come una cavia umana, vivisezionato in un esperimento giudiziario fatto sulla mia pelle. Sono comunque molto sereno - ha aggiunto - perchè sono innocente ed è importante quello che pensano i miei giocatori. Loro sanno che non è successo niente. Tutto quello che viene fatto alla Juventus avviene nell'ambito della piena liceità".




scritto da Pattinando | 17:21 | commenti Torna in plancia


giovedì, agosto 19, 2004
 

ATENE

La strana finale.



Atmo§fera irreale, non c'è tifo contro, tutto silenzio intorno mentre si abbassano le luci, lo speaker non parla più in francese e si comincia.


Via... Vezzali a sinistra... Trillini a destra... il ct azzurro Magro che sta a guardare: stavolta non c'è da protestare con il giudice, non bisogna rincuorare e dare indicazioni.


Sono tutte e due marchigiane di Jesi, hanno cominciato nella palestra aperta da un ex ufficiale deportato che al ritorno dalla guerra decise di insegnare quello sport che aveva appreso dagli inglesi. Si evitano fuori, si incontrano da una vita in pedana. Non era mai successo ai Giochi. E alle otto di sera quando salgono in pedana nemmeno si guardano.

Trillini avanti, si porta sul 4-1. Partenza sprint, ma la Vezzali non può starci. Lei è la prima del mondo, comunque. Recupera e piazza cinque stoccate per il sorpasso. Equilibrio fino al sei pari, poi la superiorità esce fuori. Valentina ha quattro anni di meno di Giovanna. Finisce 15-11. Una stretta di mano, un bacio distratto, poi Valentina fa lo strip per la platea:
via il giubbetto, poi il corpetto, è uno strip in pedana, con la gente che salta e urla il suo nome, la tv stringe in primo piano, lei fa per togliersi anche la maglietta, poi ci ripensa, in premiazione si mette anche a ballare, con la corona d'alloro, la medaglia al collo, i parenti vicini arrivati dall'Italia.

No, non c'e Fede stasera :D C'è il Fioretto. Finale dei sogni. Valentina Vezzali è medaglia d'oro, argento è Giovanna Trillini.

Podio tutto azzurro. Impresa. En plein per l'Italia, con questo sport che è sempre una cassaforte di medaglie a ogni Olimpiade. E succede da una vita. Inno nazionale urlato fortissimo, tricolori ovunque, tifo da stadio, chiama anche il presidente della Repubblica Ciampi che ha visto alla televisione la gara...

scritto da .....ella alle ore 12:26 ora di bordo | commenti | Torna su














martedì, luglio 20, 2004
 
ANSA) - ROMA, 18 LUG

Esordio amaro quello di Giovanni Trapattoni sulla panchina del Benfica, guastato dagli scontri tra tifosi e polizia. Quando mancava poco al termine della amichevole, giocata ieri sera in Svizzera, un invasore ha attraversato il campo portando uno striscione.
Quattro poliziotti lo hanno inseguito e bloccato,inchiodandolo a terra e colpendolo con il manganello.
Gli agenti lo hanno picchiato cosi' forte da provocare la reazione degli altri tifosi.
scritto da .....ella alle ore 11:38 ora di bordo | commenti (1) | Torna su







mercoledì, maggio 05, 2004
 

E' morto Nando Martellini da RaiSport.it

Se ne è andata un'altra voce storica del calcio. Indimenticabile il suo triplo «Campioni del mondo!» al mondiale di Spagna. Aveva 83 anni

Bologna 5 maggio 2004

Il telecronista Nando Martellini è morto in un ospedale di Roma, dove era ricoverato da tempo per una malattia. Martellini, 82 anni, per oltre un ventennio è stato il conduttore delle telecronache delle più importanti partite di calcio trasmesse dalla Rai, e in particolare di quelle della Nazionale. Indimenticabile il suo triplo «Campioni del mondo!» al termine della finale Italia-Germania ai Mondiali di Spagna '82.

Le fasi finali di Italia-Germania nel 1982

VOLEVA DIVENTARE DIPLOMATICO
Martellini era nato a Roma il 7 agosto 1921. Era entrato in Rai (allora Eiar) nel '44 come redattore di politica estera. Laureato in scienze politiche, parlava cinque lingue. In carriera ha seguito undici Mondiali di calcio, tre Olimpiadi, diciotto Giri d'Italia, dodici Tour de France. Prese il posto di Niccolò Carosio durante i mondiali del 1970. "Sognavo di fare il diplomatico", aveva confessato in un'intervista. "Cominciai alla radio, presentavo programmi per studenti, suonavo la batteria. Volevo fare l'annunciatore e mi proposi alla tv. Mi mandarono a trascorrere il Natale con i nostri prigionieri al canale di Suez. Raccolsi la loro sofferenza, la raccontai, capii che era quella la mia strada. Ma lo sport è sempre stato il mio pallino. Nel 1936 una buona pagella aveva convinto i miei genitori a regalarmi un viaggio a Berlino per vedere l'Olimpiade. Un giorno, Vittorio Veltroni, capo dei servizi giornalistici alla Rai, mi disse: 'Se continui a raccontare lo sport e poi racconti la benedizione del Papa in piazza San Pietro, la gente s'immagina il Papa con il pallone sottobraccio che esce dal sottopassaggio. Devi decidere: o la cronaca o lo sport'. Scelsi lo sport e non mi sono mai pentito. Il ricordo più intenso è l'oro di Ercole Baldini ai Giochi di Melbourne '56: non c'era l'inno di Mameli, i nostri emigrati cantarono a squarciagola stonandolo. La gaffe più clamorosa? Per sette minuti chiamai Altobelli con il nome Jacobelli".

I RICORDI
«Se ne è andato uno dei nostri», ha commentato la scomparsa Dino Zoff, portiere e capitano della nazionale campione del mondo nel 1982. «Martellini rimarrà per sempre legato alla finale dei Mondiali di Spagna '82».

«Con lui se ne va una parte della mia vita», ha detto Marco Tardelli. «L'avevo sentito l'ultima volta 2-3 mesi fa a una trasmissione a cui abbiamo partecipato entrambi».

«Con la sua voce e la sua competenza ha animato il calcio», ha ricordato Giancarlo Antognoni. «Ricordo con particolare emozione le telecronache del Mondiale, che ho rivisto e risentito soltanto dopo. Il suo commento e poi quel campioni del mondo ripetuto tre volte mi suona ancora nelle orecchie. È un pezzo della nostra vita».

«È stato un giornalista d'altri tempi, sempre positivo», ha ricordato Claudio Gentile. «Sapeva sempre farsi volere bene e io davvero gli volevo bene. Mai cattivo nei suoi giudizi, sempre costruttivo».

«Non ho mai avuto modo nella mia carriera di lamentarmi di suoi errori. Un uomo serio che amava il calcio con passione, senza mai cercare la polemica o alimentarla», è il ricordo di Gianni Rivera.

«È una perdita molto grave non solo per il mondo del giornalismo», ha detto Mario Pescante, sottosegretario ai Beni culturali con delega allo sport.




scritto da Pattinando | 12:58 | commenti Torna in plancia


martedì, maggio 04, 2004
 
Era piovosa e grigia come quella odierna la giornata del 4 maggio 1949. Mio nonno alle presse della FIAT,  mio padre da qualche parte a giocare. E della FIAT era il trimotore  212 che riportava a casa, da una trasferta a Lisbona,  la squadra del Grande Toro. Allora come oggi la Basilica di Superga si poteva solo immaginare, coperta dalle nuvole gonfie e basse. La notizia si diffuse velocemente,  i muraglioni di sostegno del giardino della basilica furono il fischio finale dei giocatori e di chi li accompagnava nella loro partita con la  vita. Torino si fermò per partecipare ai funerali,  non ci fu derby per le lacrime che si versarono quel giorno, nonno juventino e padre granata uniti nel rispetto di chi dello spirito sportivo aveva fatto una scelta di vita. Il campionato proseguì, venne mandata in campo la formazione Primavera, così fecero le altre squadre e il Toro potè vincere lo scudetto anche quell'anno. I diritti televisivi, degli sponsor e gli ingaggi lo potevano permettere allora.
scritto da quellachenonsei | 11:30 | commenti (1) Torna in plancia


giovedì, aprile 22, 2004
 

Spy Calcio di Fulvio Bianchi di Repubblica.ti

Arbitri, fuori Bergamo e Pairetto
Baggio, come fargli cambiare idea

L'arbitro Rosetti durante
il derby Lazio-Roma
 
Viaggio nel pianeta arbitri: un mondo che in Italia, storicamente, divide. Un vulcano sempre in eruzione. Soprattutto quando la stagione, come ora, entra nel vivo. I sospetti si sprecano. I giudizi duri, durissimi, pure. Ecco l'ultima "raffica". Aldo Agroppi, ex allenatore, ora commentatore-tv senza peli sulla lingua: "Gli arbitri italiani? Non sanno arbitrare, sono modesti e incapaci. E quei pochi buoni, pilotano le partite. Perché? Perché sono legati a Milan e Juve". Sergio Campana, presidente del sindacato calciatori: "Il sistema calcio in tutto e per tutto è stato costruito per privilegiare i grandi club. Gli arbitri vivono in questo sistema e si adeguano, altrimenti chi non si adegua al sistema non fa carriera". Luciano Gaucci non si sottrae, di sicuro: "Il Perugia becca regolarmente fischietti ormai prepensionati o senza più ambizioni: Bolognino, Pellegrino, Racalbuto, Messina. Oppure giovani fischietti che smaniano per ingraziarsi i potenti: Palanca, Gabriele... E poi ci sono i guardalinee: prima li designava Mazzei. Mazzei però era un tipo scomodo e infatti l'hanno rimosso. Ora che li scelgono Bergamo e Pairetto i disastri si sprecano". Per la verità, alcuni club, guidati dal Milan, vorrebbero sorteggiare anche i guardalinee, progetto che ai due designatori non piace per niente (e hanno ragione): la verità è che Galliani e altri presidenti avevano (hanno?) forti sospetti su favoritismi a favore della Juve. Voci, perché di prove siamo a zero. Così come ci sono solo voci sull'ipotesi che il Messina sia nell'orbita Moggi e che gli arbitri (a cominciare da Palanca) l'aiuterebbero ad andare in serie A: chiacchiere, appunto. Prove, zero.

Piuttosto c'è da pensare alla prossima stagione: Franco Carraro non ama le decisioni in corsa, ed ha perfettamente ragione. Per questo ha creato un gruppo di studio che dovrà esaminare con calma, e serietà, il pianeta-arbitri: i lavori si concluderanno a giugno, a stagione chiusa. Poi si deciderà. Via sicuramente l'assurdo blocco del "sei", cioè il massimo di partite che un arbitro può dirigere con la stessa squadra in una stagione. E' successo che Collina ha già raggiunto il "tetto" con la Roma il 29 febbraio e da allora non ha più potuto arbitrarla. Follia pura. Via le quattro fasce di sorteggio, si tornerà a due (quasi sicuramente): in pratica, si andrà verso un sorteggio più integrale possibile in una stagione che avrà addirittura 20 squadre in serie A. Un'altra follia (in Spagna succede, e non cresce più un arbitro da anni...): ma così vogliono i club che non si fidano dei designatori, non si fidano di nessuno. Nemmeno di loro stessi.

Bisognerà vedere se con un sorteggio simile resteranno ancora Bergamo e Pairetto, se riusciranno ad arrivare alla loro sesta stagione avvicinando così il record di Paolo Casarin (7 anni). Ci sono diverse correnti di pensiero: secondo alcuni potrebbe essere indicativo il fatto che Tullio Lanese, attuale n.1 dell'Aia (associazione italiana arbitri), in tv abbia detto che il gol di Martins a Perugia era irregolare. I due designatori invece avevano sostenuto il contrario, cioè che Adriano non aveva colpito la palla quindi era in fuorigioco passivo (anche se in una situazione molto al limite). Che Lanese possa davvero prendere il posto di Bergamo e Pairetto? Ad alcuni club - Milan e Juve in testa - non spiacerebbe un Lanese "commissario-sorteggiatore". Qualcuno suggerisce invece il nome di Trentalange, fresco "pensionato".

Ma le rivoluzioni non piacciono a Carraro. Bergamo e Pairetto hanno lavorato in condizioni di grande difficoltà, guadagnano bene (circa 500 milioni di vecchie lire a testa), fanno parte delle commissioni arbitri di Fifa e Uefa e pagano colpe che non sono solo loro: siamo sicuri che sia così facile farli fuori? Soprattutto: siamo sicuri che sia giusto? Per loro ci potrebbe essere un incarico di istruttori degli arbitri, con stipendio confermato.

E degli arbitri che fare? Molti sarebbero da cacciare via, non c'è dubbio: ma poi chi ci va in campo? A giugno comunque vanno in pensione Bolognino e Pellegrino. Nucini, Castellani e Cruciani potrebbero essere fra i bocciati. Deroga in arrivo per Racalbuto e Tombolini? I migliori: Collina, Paparesta, Rosetti, Trefoloni. In ombra quest'anno Farina, Messina (che la Juve da anni non vuole...), Rodomonti. Poco considerato in Italia De Santis, molto considerato all'estero: chi ha ragione? I designatori credono in Bertini, Pieri, Rizzoli, Saccani, Dondarini, Gabriele e Palanca. Molti "fischietti" però dovrebbero ricordarsi che non esistono solo le grandi squadre: tutte hanno gli stessi diritti, e la stessa dignità.

Resta da fare chiarezza sul fuorigioco. Anche se Sepp Blatter, gran capo della Fifa, si è espresso così, stufo di troppe interpretazioni all'italiana: "Io sono con coloro che sostengono che soltanto chi riceve la palla possa essere considerato in fuorigioco, se lo è. Lui e nessun altro. Dunque, sto con Bergamo e Pairetto". Frase che ha reso particolarmente felici i designatori, avvelenati con Lanese. Blatter ha anche promesso che la Fifa, la prossima stagione, darà indicazioni chiare su offside e dintorni: era ora. Di sicuro, ha detto Blatter, "mai e poi mai alla moviola in campo". Sacrosanta scelta: ve lo immaginate Dondarini (o Saccani, o chi volete voi...) che, come quarto uomo, sta davanti ad un monitor e richiama Collina durante la partita: "Scusa, Pierluigi, ma qui dalle immagini mi sembrerebbe rigore...". Siamo seri: d'accordo che le tv vogliono prendere sempre più potere, ma forse è meglio non esagerare.


"Gioco Calcio" a stelle e strisce

Si chiama Jeffries Bank: è statunitense la risposta allo strapotere di Rupert Murdoch edi Sky: la banca Usa, che tratta fondi finanziari anche in Europa, ha incontrato martedì scorso a Roma i dirigenti, o quel che resta, di Gioco Calcio e ha offerto 55 milioni di euro se entro tre settimane gli riescono a garantire da 6 a 8 squadre di serie A per la prossima stagione. Bendoni e c. si sono messi subito al lavoro: incontri e contatti con Corioni (Brescia) e Campedelli (Chievo). Ma i club che sono scappati a Sky pare non siano intenzionati a tornare indietro. GC comunque non si arrende, potrebbe anche trovare un accordo con Sky sulla serie B (anche se non interessa molto agli americani), mentre aspetta da mesi invano una risposta da Tesauro e dall'antitrust sull'abuso di posizione dominante. Intanto, sta tornando in pista Franco Tatò: superati i guai fisici, sta riprendendo il timone di GC. Che ha acquistato anche i diritti del campionato brasiliano, un centinaio di partite. Tanto per fare palinsesto, in attesa di conoscere quale sarà il suo destino.


An-Ds, un patto per la banca dello sport

Durante un interessante convegno organizzato dai Ds, il segretario Piero Fassino ha parlato anche della questione fiscale, che intreressa molti club di calcio indebitati con l'erario (oltre 500 milioni) e che vorrebbero tanto poter pagare a rate. Secondo Fassino, un ruolo importante potrebbe averlo in futuro soprattutto la banca dello sport, il Credito Sportivo. Peccato che i Ds si siano dimenticati di invitare Andrea Valentini, che del Credito Sportivo è il presidente ma è legato ad An... Valentini è disponbile ad ogni confronto, tanto che a fine mese andrà anche al work-shop del Riformista: ma il Credito, per ora, non può intervenire con fideiussioni per i club in crisi. A meno che gli diano nuovi compiti. La decisione entro giugno: su questo terreno, An e Ds potrebbero trovare un accordo. Se ne discuterà, di questo e di altro, nel "tavolo" che Petrucci ha chiesto al governo sulla crisi del calcio. Subito è arrivata la risposta di Urbani: siamo pronti.


Carraro-Pescante, botta e risposta

Franco Carraro tuona: "Che fine ha fatto la legge sui dilettanti, che interessa milioni di persone? Non è stato approvato il regolamento, la legge rischia di morire a giugno". Sacrosanto allarme, è una legge (già ne abbiamo parlato nei mesi scorsi) che viene incontro allo sport puro, ai veri volontari: ma beghe politiche, anche fra i Ds, l'hanno finora frenata. Pare proprio però che qualcosa si stia muovendo, e il merito è di Mario Pescante, fra i nemici di Carraro: c'è già un'intesa Regioni-Coni, c'è un'intesa politica e si sta studiando proprio in questi giorni una soluzione alla commissione cultura della Camera. Insomma, la legge pare salva. E' stata evitata così una vergogna: e Pescante tranquillizza il nemico Carraro...


Baggio smette? Macché, cerca un ingaggio

Robi Baggio smette a fine stagione? Macché, non ci pensa nemmeno. Sì, l'ha detto, l'ha sussurrato a più riprese ma come sostiene Carletto Mazzone, che lo conosce bene, ogni volta che lo dice gli cresce il naso come Pinocchio... Perché l'ex codino, fra i pochi talenti di un calcio tutto muscoli (chissà se tutti autentici?), non vuole lasciare il calcio che ama e che gli rende anche tanti soldini. E nemmeno vuole andare all'estero, perché in Italia ci sta benone. Quindi? Quindi Baggio alza il prezzo: al Brescia non resta, la Fiorentina (se va in A) lo aspetta a braccia aperte. Pensate: Baggio e Batistuta (un altro che a Firenze ci tornerebbe di corsa) insieme. D'accordo, non sono più due ragazzini. Però che classe...

(22 aprile 2004)
































scritto da Pattinando | 15:20 | commenti Torna in plancia


giovedì, aprile 08, 2004
 

Tratto da RaiSport

E' morto Enrico Ameri

La popolare voce di ''Tutto il calcio minuto per minuto'' si è spenta ieri per una crisi cardiaca. 78 anni e più di 1600 radiocronache, a meno di un anno dalla morte di Sandro Ciotti, la radio perde un altro pezzo di storia

Albano Laziale (Roma)  7 aprile 2004

E' morto il radiocronista sportivo Enrico Ameri. Il popolare conduttore della trasmissione radiofonica "Tutto il calcio minuto per minuto" è deceduto ieri nell'ospedale San Giuseppe ad Albano, un paese vicino a Roma, dove era stato ricoverato in seguito ad un malore.

Ameri aveva avuto crisi cardiaca ieri pomeriggio in una casa di cura dove era ricoverato. Da lì, alle ore 15, era stato portato dal personale di un'ambulanza del 118 nell'ospedale di Albano dove è morto poco dopo l'arrivo.

Ameri scompare a meno di un anno di distanza da Sandro Ciotti, morto il 18 luglio del 2003 in seguito ad una lunga malattia. Con la sua morte si chiude una pagina indelebile del giornalismo radiofonico sportivo. Ameri, rimasto nell'immaginario collettivo anche per il proverbiale "scusa Ameri..." con cui il collega Ciotti gli chiedeva la linea, sarà ricordato per il suo stile inconfondibile: l'incedere chiaro, scandito e incalzante della sua telecronaca ha accompagnato gli italiani per decenni, non solo per l'opera prestata nel calcio ma anche nel ciclismo e nel giornalismo di attualità.

Riascoltalo: Italia-Germania '82

La finalissima dei mondiali dell'82, che laurearono l'Italia campione del mondo di calcio, ma anche la tragica serata dell'Heysel nel 1985 con i morti sugli spalti di Juventus-Liverpool sono tra le radiocronache indimenticabili di Enrico Ameri. Ma la carriera di una delle voci più amate del calcio era iniziata in cronaca.

Ameri era nato a Lucca nel 1926. Trasferitosi a Roma a soli 17 anni, entrò in Rai nel 1949, dopo aver superato il corso di radiocronisti di Franco Cremascoli. Prima di debuttare nel calcio lavorò per sei anni in cronaca. Nel '54 fu inviato di guerra in Indocina. Nel '55 fu autore di uno scoop sensazionale, raccontando in diretta, come casuale testimone, la tragedia dell'aereo caduto sui Monti del Reatino, in cui perse la vita la Miss Italia di allora, Marcella Mariani. Nel '59 raccontò dalla Svezia la consegna del nobel a Salvatore Quasimodo.

Nel '55, l'esordio nello sport: prima il ciclismo e poi il calcio, in tutto oltre 1600 radiocronache in 36 anni. Nello staff di "Tutto il calcio, minuto per minuto", dal 1960, diventò prima voce della radio con il passaggio di Nando Martellini alla tv. 'Scusa Ameri' divenne la formula storica della trasmissione.

Fra le radiocronache indimenticabili, quella della finalissima dei mondiali di calcio vinti dall'Italia nell'82 in Spagna e quella della drammatica sera dell'Heysel. Fra le sue rarissime apparizioni in tv, la conduzione della prima puntata del 'Processo del Lunedì", nel 1980. Raggiunta la pensione, lasciò la Rai nel 1991. La sua ultima radiocronaca fu Genoa-Juventus, vinta dalla sua squadra del cuore (il Genoa) per 2-0.

I ricordi dei colleghi

Alfredo Provenzali - "Vorrebbe essere ricordato come un cronista che voleva far conoscere le cose agli altri". Alfredo Provenzali, attuale voce di studio di "Tutto il calcio minuto per minuto", ricorda così al GR1 Enrico Ameri: "Iniziò con la cronaca di tutti i giorni, poi il calcio, il ciclismo e le cose di tutti i giorni", racconta Provenzali, "poi fu attratto da cose nuove, e ricordo la cronaca dei lanci nello spazio".
Quello che rese grande Ameri fu la cronaca radiofonica delle partite di calcio. Provenzali ne sceglie una per tutte, l'estenuante "semifinale di Messico 1970": "La semifinale con la Germania. Fu una radiocronaca a mitraglia. Io ero vicino a lui, e su un bigliettino gli scrissi se potevo fare qualcosa per lui. Mi scrisse, 'sì, massaggiami'".

Bruno Pizzul - "E' una perdita dolorosa. Era un grande amico, anche fuori dal lavoro". Così Bruno Pizzul ricorda con commozione Enrico Ameri, collega e complice di tante partite a scopone, insieme ad un altro grande cronista da poco scomparso, Sandro Ciotti. "Spero che si ritrovino lassù per continuare a bisticciare come facevano qui", dice Pizzul. "Impressiona la scomparsa così ravvicinata di Enrico e di Sandro, che era il suo alter ego radiofonico. Era un'accoppiata vincente - ricorda Pizzul - erano due grandi professionisti". Le radiocronache di Ameri "si caratterizzavano - aggiunge - per il ritmo e la vivacità, mentre Ciotti era un affabulatore, aveva una concezione romantica del calcio: si completavano a vicenda. Quando si giocava a scopone erano sempre l'uno contro l'altro, seduti di fronte...".

Di Ameri infine Pizzul ricorda una caratteristica singolare "nota ai colleghi italiani, ma che ha fatto il giro del mondo: Enrico era noto per essere sempre il primo ad arrivare sul campo di calcio, subito dopo l'apertura dei cancelli. Era terrorizzato dall'idea di arrivare in ritardo... Amava sempre giocare - conclude Pizzul - in lui era forte il senso di competizione".

Riccardo Cucchi - "Sono affranto: poco tempo dopo la scomparsa di Sandro Ciotti, ci ha lasciati anche Enrico Ameri. Forse era destino". Riccardo Cucchi, prima voce dello sport su Radio Rai, ricorda così, a caldo, il suo predecessore. "Ameri e Ciotti - dice ancora Cucchi - sono stati i miei due maestri, e hanno scritto pagine della storia della radio in Italia. Hanno incarnato il calcio nell'immaginario collettivo, per la gente 'Tutto il calcio minuto per minuto' erano loro".

Ma qual era il segreto del successo di Ameri? Secondo il suo successore "il radiocronista ideale dovrebbe avere la competenza tecnica di Ciotti e la capacità di racconto di Ameri. Di Enrico ricordo tutti i consigli che dava me e ad altri giovani colleghi - dice ancora Cucchi -. Ci raccomandava sempre di stare attenti al ritmo della radiocronaca, che però non voleva dire parlare a raffica oppure urlare. Ricordo anche la sua ansia, perché lui era un tipo ansioso al punto che quando doveva andare allo stadio per lavoro vi arrivava sempre tre ore prima. Poi, per passare il tempo, si metteva a giocare a scopone con il barista o con qualche inserviente. A San Siro ce n'è ancora uno che giocava sempre con lui".

Bruno Gentili - Bruno Gentili, seconda voce de 'Tutto il calcio minuto per minuto', non conosceva personalmente Enrico Ameri ma chi fa il suo lavoro vede nello storico duetto Ameri-Sandro Ciotti due esempi di vita e di professionalità: "Per chi fa questo lavoro, e in special modo lo fa attraverso la radio, Ameri e Ciotti sono stati dei maestri. Ho come l'impressione che si siano passati la linea ancora una volta, visto che sono entrambi scomparsi in un stretto giro temporale. Nonostante io non l'abbia conosciuto personalmente, come invece è stato con Sandro Ciotti, ritengo che Ameri e Ciotti sono stati per tutti noi maestri di vita e di professionalità". Gentili, come chi ama il calcio e la radio, non può dimenticare gli storici interventi del radiocronista: "Di Ameri ricordo la radiocronoca di un derby di Torino con il Toro in rimonta sulla Juventus in cui lui continuava a prendere la linea trasmettendo emozioni e pathos con interventi che si contraddistinguevano per la professionalità e dove mai trapelava l'attaccamento ai colori di una o l'altra maglia".

Giulio Delfino - "La morte di Sandro Ciotti mi ha colpito ma Enrico Ameri era il mio maestro ed il mio esordio a 'Tutto il Calcio minuto per minuto' avvenne nel '91 anno in cui lui era andato in pensione". Di Enrico Ameri racconta Giulio Delfino, altra 'voce' domenicale. "Allo stadio Olimpico ero sempre seduto accanto a lui -racconta Delfino- e gli segnalavo un'ammonizione o qualche altro episodio che gli era sfuggito. Quando sentivo che lo ripeteva in radio mi tremavano le gambe. Di lui ho un'immagine fortissima. L'anno dopo che era andato in pensione lo incontrai in tribuna stampa all'Olimpico e mi accorsi che Enrico durante la partita parlava da solo, o meglio da solo faceva la radiocronaca della gara. Con la mano destra reggeva un microfono virtuale e con la sinistra teneva il ritmo del suo racconto. Un'immagine forte che testimonia come il suo mestiere di radiocronista era la sua vita".



scritto da Pattinando | 11:57 | commenti (1) Torna in plancia


domenica, febbraio 15, 2004
 
IL PIRATA A PEDALI // C'era l'agiografia della piadina, della fidanzata olandese e di mamma e papà a Cesenatico dietro il bancone di un piccolo chiosco colto da improvvisa gloria. Cose che tranquillizzavano. Questo pedalatore folle che era apparso con la faccia e la pelata da postino sulle montagne del Giro 94, sul mortifero Mortirolo, a braccia e orecchie a sventola levate sul traguardo dell'Aprica, pareva un ruspante figlio della Romagna.. Nel giro di un anno la sua pelata si era trasformata in un ghigno vincente condito da bandana e pizzetto, dalle stravaganze, da quell'aura folle e anarchica che circonda certi campioni che ingoiano la popolarità a bocconi troppo grandi, come Diego Maradona. Come Marco Pantani. E vittorie, superiorità indiscussa. Era il padrone del ciclismo. Il Tour conquistato 33 anni dopo Gimondi. Stracciava gli avversari. Quella volta ad Oropa in cui cadde o bucò, ora non ricordo, come ripartì? Su uno scooter? Come faceva? Poi lo abbiamo saputo, abbiamo saputo che c'era un additivo nel corpo suo e di tanti, troppi corridori. Il 5 giugno del 99 il Giro d'Italia già vinto e lo stop per un ematocrito da sangue a cubetti. Come tutti sanno da quel momento inizia la discesa di Marco, affrontata esattamente allo stessa maniera delle discese di gara: alla cazzo, come viene, purchè rischiando. Gli ultimi chilometri della corsa di Pantani sono tristi, lui è triste e incapace di ritrovarsi. Forse non gli importava più di tornare corridore, certamente gli era difficile affrontare la vita, ma a quanti capita? Non sappiamo, poco prima della mezzanotte del 14 febbraio del 2004, come è morto Marco Pantani. Forse come Jimenez, come gli altri corridori dal cuore schiantato a 30 anni per un probabilissimo abuso di farmaci o micidiali droghe per cavalli. Oppure lo ha preso quel diavolo da operetta che si divertiva a inseguire gli uomini in fuga sugli ultimi tornanti. Sembrava un diavolo allegro, come noi credevamo che il ciclismo fosse pulito e le vittorie limpide. Il diavolo si prendeva gioco di noi e ci ha portato via il Pirata.
scritto da TheInfiniteJest | 13:45 | commenti Torna in plancia
 

Gira la carta e non trovi il Pirata. (...)

 

L’inizio dell’estate ’99. In casetta Acinque coi ragazzi (specie con Mario e Ale) si seguiva sorprendentemente uno sport e un “Giro” diverso dal calcio (!) appassionati dalle imprese fantascientifiche (…) del Pirata che l’anno prima doppieggiava Giro e Tour (l’ultimo era stato Gimondi). A Madonna di Campiglio il botto, di mattina presto. Il resto del bel mondo dello sport e non solo: ipocrita e moralista (dopo averlo assurto a semidio). I cascatori dalle nuvole ammantavano di unto e tanfo televisioni & trasmissioni. Io, educatore per professione, dovevo spiegare a Mario e Ale il doping sportivo, ovvero il doping-pensiero cultura (in)sportiva e (in)civile rampante e vincente ovunque, scanso solo "inopportuni" e risveglianti confronti & riscontri (parole “comuniste” meno in uso di supercalifragilistichespiralidoso). E provai.

 

La ballata di Battista il gran ciclista (MB luglio '99)

1. E’ Battista con la bici gran ciclista, che ne dici?

2. Va con gran facilità su pe’ i monti della gara e le sue capacità, certamente merce rara, dai giornali e le tv osannato sempre più

3. La fatica non lo stende e il campione più potente pure dandogli battaglia alla fine poi s’arrende

4. “Dai Battista!”, urlano, “sei un vincente! Non deluder la tua gente!” Anche il sindaco ed il prete fanno un tifo consistente

5. Per chi fa pubblicità è una manna da sfruttar, dalle scarpe ai pannolini il Battista sorridente vende pure i suoi calzini, anche scalzo mai perdente...

6. Sempre super-impegnato, giri e tour impressionanti, alla sera è ormai sfiancato, sbiancato, sfinito, prosciugato, che vorrebbe riposarsi, dolcemente addormentarsi...

7. Ed invece l’indomani un altra gara per le mani!... “aiutatemi vi prego che non ce la faccio più...” “ no Battista, sei un vincente, non deluder la tua gente!”

8. Il suo medico (vincente) gli dà quindi “l’aiutino”: pillolone e pillolino, rosse, gialle, verdi e blu e ogni giorno poi che passa (tutti fan finta di niente) lui ne prende sempre più...

9. Ecco l’alba di un’estate con la gara decisiva e il Battista, un poco a rate, si prepara e quindi arriva

10.Viva Battista!... ma che succede? Lui ti guarda e in faccia ha bolle in grande quantità!... : rosse, verdi, gialle e blu, e poi ancora tante e più

11.Oh Battista, l’aiutino pillolone pillolino, or si vede sulla faccia e non par che adesso piaccia. La tua gente or ora grida: “via drogato dalla sfida!” Anche il sindaco ed il prete urlan: “Anatema, mascalzone sei caduto nella rete! Delusion-disperazione...”

12.I giornali e le tv tutti cascan dalle nuvole e ammoniscon sempre più non credete più alle favole di un ciclista gran vincente che ha deluso la sua gente!...

13.Ma Battista, cosa strana?, quasi quasi è un po’ contento e per una settimana dorme sogna e russa forte che da qui ancor lo sento!...

14.Un giorno, caro il mio Battista, potrai alzarti riposato risalire sulla bici, ed andare su un bel prato senza ansie ne bubboni: gialli, verdi, rossi, blu, senza tifo né padroni, ricordando pure tu, quanto è bello pedalare lentamente fino al mare.

 

Sorrisero amari e smaliziati. Poi tornarono a parlare della campagna acquisti della Roma.

scritto da broiolo alle ore 13:12 ora di bordo | commenti | Torna su
scritto da maqrolldeibattelli | 13:30 | commenti Torna in plancia
 
È morto il "Pirata" Marco Pantani, tragico gigante del ciclismo
di red.

Marco Pantani, il “Pirata”, vincitore nel 1998 del Giro d’Italia e del Tour de France, impresa riuscita solo ad un altro gigante del ciclismo, Fausto Coppi, à stato trovato morto sabato sera in un residence di Rimini. Non si conoscono le cause della morte. Nella camera la polizia ha trovato alcune confezioni di .farmaci,ma non si hanno ancora indicazioni se si possa essere trattato di un malore o di un suicidio.

Marco Pantani aveva preso alloggio da pochissimi giorni, da solo, al residence-hotel Le rose, che sul lungomare di Rimini. Al personale dell'albergo era apparso strano e a tratti assente. A dare l'allarme è stato verso le 21.30 il portiere. Pantani era stato visto per l'ultima volta nel pomeriggio.Il personale del residence, insospettito per non averlovisto scendere, ha bussato inutilmente alla camera, trovando anche difficoltà ad aprire la porta che era chiusa dall'interno. Quando finalmente è stato possibile entrare nella stanza, Pantani è stato trovato riverso e privo di vita.

«Per chi gli ha voluto veramente bene c'è una sola parola: tragedia. Non riesco a pensare a niente. per me è un dramma». Giuseppe Martinelli piange al telefono. È stato il suo direttore sportivo, quello dei trionfi e quello del grande tonfo a Madonna di Campiglio nel '99. «Ha fatto emozionare e piangere tutti, anche stavolta - dice Martinelli - lo definivo “fenomeno”, e non si è smentito''. Nel '98 Marco Pantani vinse, con Martinelli, Giro e Tour nello stesso anno. Un anno dopo venne fermato per ematocrito troppo alto prima della tappa decisiva del Giro. In maglia rosa. Era il numero uno del ciclismo, divenne il simbolo del male. «Sicuramente qualcuno non gli voleva bene. E qualcun altro gliene ha voluto troppo». Un appello: «Non sbagliate a parlarne. Era un gigante».

Come Fausto Coppi, nella vittoria e nella tragedia. Marco Pantani, nato a Cesenatico il 13 gennaio 1970, era noto ad appassionati del ciclismo e semplici amanti dello sport come il “Pirata”: quel soprannome l'aveva guadagnato per il coraggio e l'aggressività sui pedali, ma anche per la bandana portata in testa sulle tappe più dure. Il gesto di toglierla e gettarla alle spalle era per tutti il segnale dell' attacco. E l'immagine più nota è quella degli arrembaggi sulle montagne del Giro d'Italia 1998, il suo anno magico.

In quella stagione infatti Pantani centrò l'accoppiata Giro-Tour, un'impresa riuscita prima d'allora a un solo italiano, Coppi appunto, nel '49 e nel '52. Il Giro l'aveva già vinto da dilettante nel '92; 14 volte maglia rosa e sei in gialla, 36 le sue vittorie da professionista. All'ultimo Giro d'Italia cui partecipò, quello 2003, si era qualificato quattordicesimo, mentre dal precedente si era ritirato. Ma la carriera agonistica del Pirata si era conclusa nel giugno scorso, con il ricovero in una clinica che ne aveva segnato il vero addio a ogni speranza di ritorno in gara.
da l'unità on line del 14.02.2004






scritto da maqrolldeibattelli | 08:17 | commenti Torna in plancia


martedì, gennaio 06, 2004
 

Agli amici di blog: potete copiare l'annuncio qui sotto e incollarlo nei commenti dei blog dei vostri amici?
Sarebbe necessario..far sapere a tutti,di questa iniziativa.
E' molto importante,soprattutto,che, in questa iniziativa ,ci sia anche la tua piccola,indispensabile,unica..voce.contro la guerra


Invito da diffondere,se possibile..grazie

vuoi/puoi aderire al blog:

www.bloggerscontroguerra.splinder.it?

vuoi/puoi sottoscrivere 10 euro per emergency(le modalità sono spiegate sul blog

www.bloggerscontroguerra.splinder.it

vuoi/puoi venire all'incontro tra bloggers(ore 13) e con Emergency(ore 15) previsto per sabato 24 gennaio a Sermide(Mantova)?

Tutte le informazioni su questa iniziativa,per vedere tutti i bloggers che hanno aderito e la cifra finora raccolta le trovi su..:

www.bloggerscontroguerra.splinder.it

oppure scrivi a questo indirizzo

alp03@supereva.it








lunedì, gennaio 05, 2004
 

Per la donazione clicca qui Bloggers contro la guerra

scritto da Pattinando | 09:03 | commenti Torna in plancia


mercoledì, dicembre 17, 2003
 

Gli autogol dei dominati
Anastasi e la meridionalizzazione della Juventus. La critica del tifo. La fine delle bandiere. Trenta anni dopo la sua prima uscita, Guaraldi ripubblica un testo attualissimo di Gerhard Vinnai sul trionfo del calcio come ideologia da alienazione
MASSIMO RAFFAELI
Spiccava uno striscione in curva Filadelfia del vecchio stadio comunale di Torino, sul principio degli anni settanta: Anastasi Pelè bianco. Proprio bianco non era Pietro Anastasi , centravanti catanese detto appunto «u turcu» ( lo scuro), primo di una schiera di meridionali che giocavano nella Juve autarchica di quegli anni: fra gli altri Furino, palermitano, Cuccureddu, sardo, Gentile, nativo di Tripoli e il leccese Franco Causio, testimoni di una Aufsuedung, o meridionalizzazione, che dettava a Gianni Brera ( in Storia critica del calcio italiano, 1978) parole stupefatte: «Per la Goeuba, come la chiamano i torinisti, prendono a parteggiare con disinvolto determinismo la maggioir parte degli immigrati (...) In effetti, i distinti pro-Goeuba storcono la bocca al rintronare ossessivo dei tamburi, allo scoppio inaudito dei tricchetracche e dei petardi. Insorgono allora nuovi e impensati problemi. Sugli spalti si svolgono battaglie feroci, tali da compromettere seriamente l'ordine pubblico. Il disagio sociale ed economico si trasferisce negli stadi.(...) Il sospetto immediato è che il tifo sportivo non basti più a sfogare il malessere, e torna inevitabile pensare a qualcosa di torbido, di maligno, che periodicamente insorge dal nostro etnos travagliato e ribaldo». Il paradosso in realtà consisteva nel fatto che per la Juve, cioè la squadra della Fiat, del padrone per antonomasia, tifavano gli operai-massa relegati alle catene di montaggio di Mirafiori e Rivalta, gli stessi che il poeta Nanni Balestrini vedeva irrisi, alla stregua di collaborazionisti, dalle loro avanguardie politiche e sindacali che tutt'altro gridavano, infatti, negli scioperi spontanei e nei cortei improvvisati dell'autunno caldo; così li rammenta in Vogliamo tutto, 1971, il memoriale che ne fissa la pena e la rabbia, l'impulso antagonista e il rancore di classe: «Cose come Viva Gigi Riva, Viva il Cagliari, Viva la fica, urlavamo. Volevamo urlare delle cose che non c'entravano niente con la Fiat, con tutto quello che dovevamo fare lì dentro. Per questo tutti quanti, gente che non sapeva per niente chi era Mao e Ho Ci Min gridavano Mao e Ho Ci Min. Perché non c'entrava un cazzo con la Fiat e gli andava bene. E cominciamo a fare un corteo, eravamo un'ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee, si ingrandiva di dietro».

Nel frangente che vede pubblicato il libro di Balestrini, esce in Italia da un piccolo editore di Rimini, Guaraldi, un testo decisamente innovativo nell'approccio al calcio industriale e utile a spiegare, ad esempio, il paradosso della fidelizzazione operaia per il tramite della Juventus meridionalizzata. Firmato da un seguace della Scuola di Francoforte, allievo di Adorno e Marcuse, poi docente di psicologia dello Sport all'Università di Brema, Il calcio come ideologia (Sport e alienazione nel mondo capitalista) di Gerhard Vinnai viene ora riproposto dal medesimo editore di allora (Guaraldi, pp.127, 12.00) e si segnala, a dispetto dei trent'anni trascorsi, per chiarezza analitica e sorprendente lungimiranza, stando agli assetti attuali del calcio quale variabile dipendente del capitalismo monopolista e delle società amministrate. Due sono i punti fermi del lavoro di Vinnai. In primo luogo, lo studioso connette per omologia l'evolvere del gioco e delle tattiche al principio di prestazione e alle regole di organizzazione del lavoro: così, fino agli anni sessanta, il gioco di squadra non è altro che il progressivo adeguamento al modello fordista-taylorista di massimizzazione del profitto-risultato attraverso singoli talenti e specialità (vedi gli squadroni dell'epoca d'oro: il Real Madrid di Di Stefano e Puskas, l'Inter di Herrera); con gli anni settanta, subentra invece una relativa fungibilità dei ruoli (del resto in fabbrica è incipiente la struttura a isola, sull'esempio della Toyota) il cui avvento è annunciato dal calcio totale dell'Olanda di Cruijff e Neskens; infine (e stavolta Vinnai si limita a suggerirlo) il gioco all'epoca del just in time si traduce in spreco programmato, enfasi dissipatoria, laddove non esistono più né campioni né bandiere ma, al contrario, un'omogenea e coatta forza-lavoro, una filiera di nomi consacrati dallo sponsor, o da un logo, solo per esserne presto bruciati e sostituiti: è quanto capita adesso sia alla manodopera sia al ceto medio, sopraffatto dall'innovazione tecnologica e dalla concorrenza , dunque regolarmente liquidato, ad ogni passaggio di fase, da un management che non conosce altra regola se non quella (neodarwiniana, militare e sportiva) dell'homo homini lupus, di un competere al prezzo del vivere.

Di qui muove la susseguente critica di Vinnai al tifo come falsa ricompensa nei modi della fusione comunitaria (con tanto credo calcistico, culto dei campioni, senso di appartenenza tribale) che a sua volta surroga la rescissione del legame sociale e di ciò che una volta si sarebbe definita la coscienza di classe. Scrive lucidamente, in conclusione: «Del sistema della cultura capitalistica di massa, che tiene in riga le vittime dell'apparato culturale estraniato, fa parte anche lo sport, che da tempo va iscritto nel regno della illibertà. Subordinato alla regia di un'amministrazione pianificante, lo sport, al pari delle altre manifestazioni dell'industria culturale, produce l'identificazione degli uomini con le norme esistenti e coi rapporti che stanno dietro di esse. (...) Di quel che era un tempo l'ideologia, una volta soppressi tutti i momenti utopici e critici, nello sport come in tutta la cultura capitalistica d'integrazione non rimane se non il prototipo di un comportamento che si piega al potere del sistema». Trent'anni fa, questa poteva sembrare la diagnosi di un sociologo apocalittico, anzi di un dottrinario innamorato della dialettica e dell'acume sprezzante di Theodor W. Adorno. Ma oggi pare addirittura ovvia, disarmante perché tautologica. Il quadro di quei riferimenti è cancellato ma il calcio come ideologia da alienazione trionfa, mentre i duri e puri di Balestrini sono scomparsi (o crepano in silenzio, coi postumi della silicosi), mentre al posto di Anastasi, nella città multietnica e globalizzata, ormai è valida qualsiasi altra icona.

Non si tratta più di un gioco, e tanto meno di un gioco romantico, bensì di un lavoro perfettamente simulato, di una merce tanto più seduttiva quanto più raffinatamente estetizzata. In Italia, il catalogo è addirittura risaputo: il fatturato sbalorditivo, milioni di appassionati e di teledipendenti a pagamento, bigiotteria ideologica su ogni quotidiano e palinsesto, una invasione di stereotipi che ridisegnano il linguaggio individuale e politico, una azienda-calcio che si vorrebbe modello ed è invece un modello di bancarotta quando il falso in bilancio scompare dal codice, un trip della deriva postmoderna e una mistica interclassista , una ossessione che non risparmia neppure le donne, persino una via italiana all'eternità (dove funge da archetipo il palazzinaro dalle dubbie origini, sinistra parodia del Grande Fratello, proprietario di televisioni e del Milan anni ottanta, il quale finalmente «scende in campo», altro che se scende in campo). Deprime doverlo riconoscere e tuttavia è difficile, anche e soprattutto a chi ama il calcio, dare torto alla clausola di Gerhard Vinnai: I gol sui campi di calcio sono gli autogol dei dominati.


da il manifesto del 16 dicembre 2003





lunedì, dicembre 01, 2003
 

Giampiero MughiniComincia Controcampo: tra gli ospiti c'è, come sempre, Giampiero Mughini, uomo dai diversi trascorsi ma oggi piegatosi a ciò che combatteva negli anni '70, il quale, appena presentato, raccoglie come sempre una bordata di fischi da parte del pubblico.
Purtroppo stavolta qualcosa non funziona ed il regista gli lascia il micofono acceso, probabilmente per sbaglio: si sentono così distintamente i commenti, ripetuti addirittura due volte, che il tifoso bianconero "per eccellenza" rivolge ai suoi detrattori, parlando con il suo vicino di scranno:

"Teste di cazzo"

Ciao, Carlo




sabato, novembre 08, 2003
 

Stasera si mangia col cucchiaio

 

ParolaPer chi ama il calcio ci sono diverse giocate che possono appassionare e far fremere: una bella rovesciata, un tiro da fuori area di straordinaria potenza, un colpo di tacco (solo per citarne alcune).

 

Oggi però vi voglio parlare del “cucchiaio”, che qualche anno prima dell’invenzione di Totti sarebbe stato semplicemente definito “pallonetto”.

 

Il cucchiaio è un colpo di genio del giocatore, perché bisogna avere l’abilità di fare una finta, di mandare a terra il portiere e quindi di punire la sua frenesia nel crollare al suolo con un “colpo sotto” che è destinato a insaccarsi tra le maglie della rete avversaria.

 

Il tutto va fatto in meno di un secondo e richiede quindi, più che una bravura nel tocco di palla, che contraddistingue il gioco del calcio, una rapidità e lucidità mentale che in pochi hanno.

 

Facendolo con un rigore, le cose si complicano ancora di più, perché la distanza dalla porta è maggiore di quanto possa essere durante una fase di gioco ed il colpo va calibrato alla perfezione. Come se non bastasse, c’è il rischio che il portiere non si butti a terra prima del tiro ma attenda ansioso di vedere dove va il vostro colpo per cercare di allungarsi da quella parte.

 

Er pupone” è stato il primo a sdoganare il colpo dai campi di allenamento, dimostrando un’intelligenza tattica superiore alla media ma anche una stupidità degna delle barzellette che lo ritraggono. Avrebbe potuto farlo in una partita già vinta, un 4-0 per la Roma al 90’. Invece lui dove lo va a fare? Contro l’Olanda, durante la decisiva “lotteria dei rigori” nella semifinale degli europei. Già l’Italia, con i rigori, non ha un buon rapporto (chiedetevi perché Baggio non è stato più convocato in nazionale…), perché quindi cercare di complicare il tutto?

 

Ma Totti è fatto così: si alza dal cerchio di centrocampo dove sono racchiusi i giocatori durante questa estenuante roulette russa, guarda i compagni e, come riferiscono le fonti, esclama: “Je faccio er cucchiaio”, prendendo mentalmente del coglione e attirandosi le ire dei colleghi in maglia azzurra. Unico che ha il coraggio di esprimere quello che pensa è il capitano Paolo Maldini, che gli dice, sempre secondo le fonti “Tu sei un pazzo”.

 

L’abbiamo già detto: Totti non è un pazzo, è solo stupido.

 

Così si avvicina al dischetto, posiziona la palla sul cerchio di gesso bianco posto ad 11 metri dalla porta e prende la rincorsa.

 

Francesco Totti

Davanti a lui c’è un certo Edwin Van Der Saar, che i tifosi “gobbi” ricorderanno bene per le scarne prestazione alle quali ci aveva abituato nel nostro campionato, ma che fino ad allora era ritenuto uno dei migliori portieri sulla faccia della terra, grazie anche alla sua elevata statura ed a quello che aveva dimostrato con l’Ajax in Coppa dei Campioni, vetrina internazionale per la formazione olandese che in casa ha ben pochi rivali.

 

Ebbene, dicevamo di questo Van Der Saar, un palo da 1,97 metri che ha la strana abitudine, appunto, di buttarsi dopo il tiro del rigorista per sfruttare la sua levatura e gettarsi verso la direzione del pallone.

 

Avevamo lasciato il nostro paladino Totti pronto a correre verso la sfera in attesa del fischio dell’arbitro. Il romano scatta, tira e manda fuori tempo prima il portiere olandese, quindi i giornalisti che stanno commentando la gara: nessuno se l’aspettava, e non capiscono se è un errore del giocatore, un effetto ottico dovuto al vinello che il buon Bruno Pizzul ha fornito loro prima della ara o un colpo di genio del futuro fidanzato di Ilary Blasi (che tristezza chiamarsi col nome di un cartone animato giapponese!)

 

Trattasi dell’ultima ipotesi, che lascia con il fiato sospeso tutti quanti.

 

Il tiro si impenna verso l’alto e spiove verso la parte sinistra della porta (considerata vedendola dal dietro), mentre Van Der Saar va da tutt’altra parte, illuso dalla finta (di sopracciglio?) dell’azzurro. La palla tocca il terreno all’interno della porta ancora prima di toccare la rete, tanto il tiro è calibrato bene.

 

Totti probabilmente non lo vede nemmeno: è già girato verso il centrocampo, mentre si inginocchia e spinge avanti il pungo stretto della mano in segno di vittoria, umiliando chi gli aveva dato del pazzo. Se solo Maldini & C. ci avessero ascoltato prima: non è pazzo, è stupido!

 

L’Italia vince, anche grazie a Totti, arriva in finale e perde, ma non siamo qui per parlare di questo.

 

Da allora “il cucchiaio” o, come dicean tutti “pallonetto”, è entrato nel DNA dei giocatori di classe obbligatoriamente: nessuno voleva più essere considerato meno forte di Totti.

 

Attenzione, però: ho parlato di “classe”. Cosa che un certo Simone Inzaghi non ha nel DNA, appunto. Ne è prova anche il tipo di gioco del fratello maggiore. Sono giocatori di velocità, d’astuzia, che cercano la giocata veloce sul filo del fuorigioco. Ma non sono giocatori di classe. Lo sa bene anche Massimo Taibi, che ha agilmente parato un cucchiaio del giovane piacentino durante un vecchio Lazio-Reggina. La cosa costò il “posto fisso” a Simone, ma questa è un’altra storia…

 

Mi spiace fare delle distinzioni e delle preferenze, ma ho sempre avuto una predilezione per i giocatori con un tocco di palla sopraffino, giocatori che dessero veramente “del tu” al pallone. Sto parlando di quelli che vengono comunemente chiamati “trequartisti”, “centrocampisti avanzati” oppure “mezze punte”, anche se a volte certi esemplari possono essere anche reperiti fra le ali, in particolare sulla fascia sinistra (George Best vi dice qualcosa?)

 

Zinedine Zizou ZidaneLo confesso: il mio calciatore preferito è Zinedine “Zizou” Zidane, autore di mirabolanti giocate con le maglie del Marsiglia, della Juventus, del Real Madrid e della nazionale francese. Memorabile il suo goal in “veronica” dal limite dell’area nella finale di due anni fa della Champions League, che ha portato la “coppa dalle grandi orecchie” in terra di Spagna per l’ennesima volta.

 

Ci sono altri giocatori, però, che mi esaltano abbastanza, tra i quali Paolo Di Canio. Un vero campione, un uomo pronto a dare una spinta ad un arbitro che lo tratta male e che gli fischia un fallo mai fatto, ma pronto anche a prendere la palla in mano e a fermare il gioco quando un avversario è a terra, senza venire accecato dall’agonismo ma seguendo l’istinto.

 

E’ lo stesso istinto che lo porta a fare giocate mirabolanti, che fanno esaltare i suoi tifosi. Ultima su tutte, appunto, un “cucchiaio” durante un rigore concesso al Charlton domenica scorsa.

 

L’Inghilterra non poteva che essere la sua terra: perché è un mod e perché il pubblico inglese ha da sempre apprezzato i giocatori di classe ma un po’ pazzi. Basti pensare che per anni l’idolo degli hooligans è stato Paul “Gazza” Gascoigne.

 

Avrebbe potuto trovare fortuna nella terra di albione anche Gigi Meroni, la "farfalla granata", giocatore dalle caratteristiche umane e giocatoriali molto simili a quelle di Di Canio. Anche Meroni, come il romano, ha sempre avuto rapporti difficili con la nazionale, cosa che oggi sta tarpando le ali al “gioiello di Bari vecchia”, quell’Antonio Cassano che sta facendo faville nella capitale, sulla sponda teverina grigiorossa.

 

Gigi Meroni

Purtroppo i tempi di Meroni non erano quelli di oggi, e la gente tendeva a dare ragione a chi lo voleva fuori dalle convocazioni azzurre per i capelli lunghi e la barba incolta. Poi sappiamo tutti com’è finita l’avventura del “calciatore pittore”, che dichiarava sussurrando: “Ho ventitré anni e quindi tutto il tempo per aspettare: fra dieci anni nessuno si ricorderà di me come calciatore e allora farò la personale. E la gente e i critici diranno: vediamo un po’ come dipinge questo Meroni, è un pittore nuovo, mai sentito nominare”.

L’anno dopo Gigi non c’era più.



domenica, novembre 02, 2003
 

avviso urgente..a tutti coloro che leggono che sono registrati sui battelli

potete controllare in splinder,pagina d'ingresso se risultano ancora i blog

su cui siete stati invitati?grazie molte..date comunicazione in questo post



martedì, ottobre 21, 2003
 

Ho imparato a nuotare per necessità. Non che da bambina fossi proprio una cozza patella attaccata a mammà quando mi portava in acqua, però poco ci mancava. Io la mia testolina sotto quella cosa trasparente e così, così…bagnata proprio no, non ce la volevo mettere. Ci avevano provato con le buone, scuola di nuoto, braccioli e pesciolini galleggianti colorati, istruttori che si arrendevano all’evidenza della mia negazione per ogni stile. Passarono alle cattive, presa e buttata dal gommone, o nuoti o nuoti. Recuperata con la promessa che mai più mi avrebbero fatto avvicinare nemmeno alla battigia. Per me sport significava solo una cosa: montagna, sci e ancora sci, fino alle prime esperienze di roccia, il CAI…ma questa è un’altra storia.

Poi il destino a volte ci mette lo zampino, a me ha messo di mezzo una macchina, per evitarla menischi e rotula saltati in un colpo solo, legamenti che stavano insieme con lo scotch. "Deve fare fisioterapia in acqua, il recupero sarà più veloce". Bene, grazie. Primo giorno di piscina, quella dei bambini naturalmente, con il salvagente, la tavoletta e l’acqua che mi arriva ai polpacci. Il recupero procede, si passa alla vasca dei grandi. Portata in giro per la collottola da Sergio (che pazienza) per familiarizzare, il giorno che ha mollato la presa avrei prosciugato anche il canale d’Otranto. Ma io non demordo questa volta, eh no. Riassumendo:  sei mesi di unghie piantate nella schiena dell’istruttore di turno prima e nei cordoli di corsia poi, sono riuscita a finire una vasca. Una. A dorso.

Allora sono stata fulminata sulla via delle onde clorate.

Le vasche sono diventate dieci, poi venti e poi…ho perso il conto. Arrivano i brevetti, anche quello di salvamento, le gare dei Master (per intenderci, quelle per chi è over d’età dall’agonismo); una nuova frattura (questa volta piatto tibiale causa attacco rimasto piantato in una buca di neve) non ferma la voglia di acqua. Mare o lago o qualsiasi cosa in cui ci si possa tuffare. A volte mi chiedo e soprattutto mi chiedono "Ma chi te lo fa fare, con le gare mica vinci niente, anzi ci rimetti solo le spese delle trasferte". Perché ci deve essere sempre un premio, qualcosa da vincere, altrimenti per sport non si fa nulla. Quando parlo di comunicare lo sport ai giovani, di spirito sociale mi sembra di usare una lingua sconosciuta. Non ho bisogno di pillole strane, il mio doping è la voglia di stare lì, a misurarmi con me stessa e con gli amici di pinna. Per sport. Con una rinite cronica e i capelli sempre umidi.

scritto da quellachenonsei | 20:24 | commenti (6) Torna in plancia


domenica, ottobre 19, 2003
 

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E, -sempre sul personale- cosa di cui non si parla, dello sport. No, non quello ricco e famoso, parlo di quello sudato, nascosto, insomma, avrei già qualche vaga idea.
Momi