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mercoledì, settembre 06, 2006 "Prefiero tu hermana a tu camiseta"
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| L'arbitro Rosetti durante il derby Lazio-Roma |
E' morto Enrico Ameri
La popolare voce di ''Tutto il calcio minuto per minuto'' si è spenta ieri per una crisi cardiaca. 78 anni e più di 1600 radiocronache, a meno di un anno dalla morte di Sandro Ciotti, la radio perde un altro pezzo di storia
Albano Laziale (Roma) 7 aprile 2004
E' morto il radiocronista sportivo Enrico Ameri. Il popolare conduttore della trasmissione radiofonica "Tutto il calcio minuto per minuto" è deceduto ieri nell'ospedale San Giuseppe ad Albano, un paese vicino a Roma, dove era stato ricoverato in seguito ad un malore.
Ameri aveva avuto crisi cardiaca ieri pomeriggio in una casa di cura dove era ricoverato. Da lì, alle ore 15, era stato portato dal personale di un'ambulanza del 118 nell'ospedale di Albano dove è morto poco dopo l'arrivo.
Ameri scompare a meno di un anno di distanza da Sandro Ciotti, morto il 18 luglio del 2003 in seguito ad una lunga malattia. Con la sua morte si chiude una pagina indelebile del giornalismo radiofonico sportivo. Ameri, rimasto nell'immaginario collettivo anche per il proverbiale "scusa Ameri..." con cui il collega Ciotti gli chiedeva la linea, sarà ricordato per il suo stile inconfondibile: l'incedere chiaro, scandito e incalzante della sua telecronaca ha accompagnato gli italiani per decenni, non solo per l'opera prestata nel calcio ma anche nel ciclismo e nel giornalismo di attualità.
Riascoltalo: Italia-Germania '82
La finalissima dei mondiali dell'82, che laurearono l'Italia campione del mondo di calcio, ma anche la tragica serata dell'Heysel nel 1985 con i morti sugli spalti di Juventus-Liverpool sono tra le radiocronache indimenticabili di Enrico Ameri. Ma la carriera di una delle voci più amate del calcio era iniziata in cronaca.
Ameri era nato a Lucca nel 1926. Trasferitosi a Roma a soli 17 anni, entrò in Rai nel 1949, dopo aver superato il corso di radiocronisti di Franco Cremascoli. Prima di debuttare nel calcio lavorò per sei anni in cronaca. Nel '54 fu inviato di guerra in Indocina. Nel '55 fu autore di uno scoop sensazionale, raccontando in diretta, come casuale testimone, la tragedia dell'aereo caduto sui Monti del Reatino, in cui perse la vita la Miss Italia di allora, Marcella Mariani. Nel '59 raccontò dalla Svezia la consegna del nobel a Salvatore Quasimodo.
Nel '55, l'esordio nello sport: prima il ciclismo e poi il calcio, in tutto oltre 1600 radiocronache in 36 anni. Nello staff di "Tutto il calcio, minuto per minuto", dal 1960, diventò prima voce della radio con il passaggio di Nando Martellini alla tv. 'Scusa Ameri' divenne la formula storica della trasmissione.
Fra le radiocronache indimenticabili, quella della finalissima dei mondiali di calcio vinti dall'Italia nell'82 in Spagna e quella della drammatica sera dell'Heysel. Fra le sue rarissime apparizioni in tv, la conduzione della prima puntata del 'Processo del Lunedì", nel 1980. Raggiunta la pensione, lasciò la Rai nel 1991. La sua ultima radiocronaca fu Genoa-Juventus, vinta dalla sua squadra del cuore (il Genoa) per 2-0.
I ricordi dei colleghi
Alfredo Provenzali - "Vorrebbe essere ricordato come un cronista che voleva far conoscere le cose agli altri". Alfredo Provenzali, attuale voce di studio di "Tutto il calcio minuto per minuto", ricorda così al GR1 Enrico Ameri: "Iniziò con la cronaca di tutti i giorni, poi il calcio, il ciclismo e le cose di tutti i giorni", racconta Provenzali, "poi fu attratto da cose nuove, e ricordo la cronaca dei lanci nello spazio".
Quello che rese grande Ameri fu la cronaca radiofonica delle partite di calcio. Provenzali ne sceglie una per tutte, l'estenuante "semifinale di Messico 1970": "La semifinale con la Germania. Fu una radiocronaca a mitraglia. Io ero vicino a lui, e su un bigliettino gli scrissi se potevo fare qualcosa per lui. Mi scrisse, 'sì, massaggiami'".
Bruno Pizzul - "E' una perdita dolorosa. Era un grande amico, anche fuori dal lavoro". Così Bruno Pizzul ricorda con commozione Enrico Ameri, collega e complice di tante partite a scopone, insieme ad un altro grande cronista da poco scomparso, Sandro Ciotti. "Spero che si ritrovino lassù per continuare a bisticciare come facevano qui", dice Pizzul. "Impressiona la scomparsa così ravvicinata di Enrico e di Sandro, che era il suo alter ego radiofonico. Era un'accoppiata vincente - ricorda Pizzul - erano due grandi professionisti". Le radiocronache di Ameri "si caratterizzavano - aggiunge - per il ritmo e la vivacità, mentre Ciotti era un affabulatore, aveva una concezione romantica del calcio: si completavano a vicenda. Quando si giocava a scopone erano sempre l'uno contro l'altro, seduti di fronte...".
Di Ameri infine Pizzul ricorda una caratteristica singolare "nota ai colleghi italiani, ma che ha fatto il giro del mondo: Enrico era noto per essere sempre il primo ad arrivare sul campo di calcio, subito dopo l'apertura dei cancelli. Era terrorizzato dall'idea di arrivare in ritardo... Amava sempre giocare - conclude Pizzul - in lui era forte il senso di competizione".
Riccardo Cucchi - "Sono affranto: poco tempo dopo la scomparsa di Sandro Ciotti, ci ha lasciati anche Enrico Ameri. Forse era destino". Riccardo Cucchi, prima voce dello sport su Radio Rai, ricorda così, a caldo, il suo predecessore. "Ameri e Ciotti - dice ancora Cucchi - sono stati i miei due maestri, e hanno scritto pagine della storia della radio in Italia. Hanno incarnato il calcio nell'immaginario collettivo, per la gente 'Tutto il calcio minuto per minuto' erano loro".
Ma qual era il segreto del successo di Ameri? Secondo il suo successore "il radiocronista ideale dovrebbe avere la competenza tecnica di Ciotti e la capacità di racconto di Ameri. Di Enrico ricordo tutti i consigli che dava me e ad altri giovani colleghi - dice ancora Cucchi -. Ci raccomandava sempre di stare attenti al ritmo della radiocronaca, che però non voleva dire parlare a raffica oppure urlare. Ricordo anche la sua ansia, perché lui era un tipo ansioso al punto che quando doveva andare allo stadio per lavoro vi arrivava sempre tre ore prima. Poi, per passare il tempo, si metteva a giocare a scopone con il barista o con qualche inserviente. A San Siro ce n'è ancora uno che giocava sempre con lui".
Bruno Gentili - Bruno Gentili, seconda voce de 'Tutto il calcio minuto per minuto', non conosceva personalmente Enrico Ameri ma chi fa il suo lavoro vede nello storico duetto Ameri-Sandro Ciotti due esempi di vita e di professionalità: "Per chi fa questo lavoro, e in special modo lo fa attraverso la radio, Ameri e Ciotti sono stati dei maestri. Ho come l'impressione che si siano passati la linea ancora una volta, visto che sono entrambi scomparsi in un stretto giro temporale. Nonostante io non l'abbia conosciuto personalmente, come invece è stato con Sandro Ciotti, ritengo che Ameri e Ciotti sono stati per tutti noi maestri di vita e di professionalità". Gentili, come chi ama il calcio e la radio, non può dimenticare gli storici interventi del radiocronista: "Di Ameri ricordo la radiocronoca di un derby di Torino con il Toro in rimonta sulla Juventus in cui lui continuava a prendere la linea trasmettendo emozioni e pathos con interventi che si contraddistinguevano per la professionalità e dove mai trapelava l'attaccamento ai colori di una o l'altra maglia".
Giulio Delfino - "La morte di Sandro Ciotti mi ha colpito ma Enrico Ameri era il mio maestro ed il mio esordio a 'Tutto il Calcio minuto per minuto' avvenne nel '91 anno in cui lui era andato in pensione". Di Enrico Ameri racconta Giulio Delfino, altra 'voce' domenicale. "Allo stadio Olimpico ero sempre seduto accanto a lui -racconta Delfino- e gli segnalavo un'ammonizione o qualche altro episodio che gli era sfuggito. Quando sentivo che lo ripeteva in radio mi tremavano le gambe. Di lui ho un'immagine fortissima. L'anno dopo che era andato in pensione lo incontrai in tribuna stampa all'Olimpico e mi accorsi che Enrico durante la partita parlava da solo, o meglio da solo faceva la radiocronaca della gara. Con la mano destra reggeva un microfono virtuale e con la sinistra teneva il ritmo del suo racconto. Un'immagine forte che testimonia come il suo mestiere di radiocronista era la sua vita".
Gira la carta e non trovi il Pirata. (...)
L’inizio dell’estate ’99. In casetta Acinque coi ragazzi (specie con Mario e Ale) si seguiva sorprendentemente uno sport e un “Giro” diverso dal calcio (!) appassionati dalle imprese fantascientifiche (…) del Pirata che l’anno prima doppieggiava Giro e Tour (l’ultimo era stato Gimondi). A Madonna di Campiglio il botto, di mattina presto. Il resto del bel mondo dello sport e non solo: ipocrita e moralista (dopo averlo assurto a semidio). I cascatori dalle nuvole ammantavano di unto e tanfo televisioni & trasmissioni. Io, educatore per professione, dovevo spiegare a Mario e Ale il doping sportivo, ovvero il doping-pensiero cultura (in)sportiva e (in)civile rampante e vincente ovunque, scanso solo "inopportuni" e risveglianti confronti & riscontri (parole “comuniste” meno in uso di supercalifragilistichespiralidoso). E provai.
La ballata di Battista il gran ciclista (MB luglio '99)
1. E’ Battista con la bici gran ciclista, che ne dici?
2. Va con gran facilità su pe’ i monti della gara e le sue capacità, certamente merce rara, dai giornali e le tv osannato sempre più
3. La fatica non lo stende e il campione più potente pure dandogli battaglia alla fine poi s’arrende
4. “Dai Battista!”, urlano, “sei un vincente! Non deluder la tua gente!” Anche il sindaco ed il prete fanno un tifo consistente
5. Per chi fa pubblicità è una manna da sfruttar, dalle scarpe ai pannolini il Battista sorridente vende pure i suoi calzini, anche scalzo mai perdente...
6. Sempre super-impegnato, giri e tour impressionanti, alla sera è ormai sfiancato, sbiancato, sfinito, prosciugato, che vorrebbe riposarsi, dolcemente addormentarsi...
7. Ed invece l’indomani un altra gara per le mani!... “aiutatemi vi prego che non ce la faccio più...” “ no Battista, sei un vincente, non deluder la tua gente!”
8. Il suo medico (vincente) gli dà quindi “l’aiutino”: pillolone e pillolino, rosse, gialle, verdi e blu e ogni giorno poi che passa (tutti fan finta di niente) lui ne prende sempre più...
9. Ecco l’alba di un’estate con la gara decisiva e il Battista, un poco a rate, si prepara e quindi arriva
10.Viva Battista!... ma che succede? Lui ti guarda e in faccia ha bolle in grande quantità!... : rosse, verdi, gialle e blu, e poi ancora tante e più
11.Oh Battista, l’aiutino pillolone pillolino, or si vede sulla faccia e non par che adesso piaccia. La tua gente or ora grida: “via drogato dalla sfida!” Anche il sindaco ed il prete urlan: “Anatema, mascalzone sei caduto nella rete! Delusion-disperazione...”
12.I giornali e le tv tutti cascan dalle nuvole e ammoniscon sempre più non credete più alle favole di un ciclista gran vincente che ha deluso la sua gente!...
13.Ma Battista, cosa strana?, quasi quasi è un po’ contento e per una settimana dorme sogna e russa forte che da qui ancor lo sento!...
14.Un giorno, caro il mio Battista, potrai alzarti riposato risalire sulla bici, ed andare su un bel prato senza ansie ne bubboni: gialli, verdi, rossi, blu, senza tifo né padroni, ricordando pure tu, quanto è bello pedalare lentamente fino al mare.
Sorrisero amari e smaliziati. Poi tornarono a parlare della campagna acquisti della Roma.
Marco Pantani, il “Pirata”, vincitore nel 1998 del Giro d’Italia e del Tour de France, impresa riuscita solo ad un altro gigante del ciclismo, Fausto Coppi, à stato trovato morto sabato sera in un residence di Rimini. Non si conoscono le cause della morte. Nella camera la polizia ha trovato alcune confezioni di .farmaci,ma non si hanno ancora indicazioni se si possa essere trattato di un malore o di un suicidio.
Marco Pantani aveva preso alloggio da pochissimi giorni, da solo, al residence-hotel Le rose, che sul lungomare di Rimini. Al personale dell'albergo era apparso strano e a tratti assente. A dare l'allarme è stato verso le 21.30 il portiere. Pantani era stato visto per l'ultima volta nel pomeriggio.Il personale del residence, insospettito per non averlovisto scendere, ha bussato inutilmente alla camera, trovando anche difficoltà ad aprire la porta che era chiusa dall'interno. Quando finalmente è stato possibile entrare nella stanza, Pantani è stato trovato riverso e privo di vita.
«Per chi gli ha voluto veramente bene c'è una sola parola: tragedia. Non riesco a pensare a niente. per me è un dramma». Giuseppe Martinelli piange al telefono. È stato il suo direttore sportivo, quello dei trionfi e quello del grande tonfo a Madonna di Campiglio nel '99. «Ha fatto emozionare e piangere tutti, anche stavolta - dice Martinelli - lo definivo “fenomeno”, e non si è smentito''. Nel '98 Marco Pantani vinse, con Martinelli, Giro e Tour nello stesso anno. Un anno dopo venne fermato per ematocrito troppo alto prima della tappa decisiva del Giro. In maglia rosa. Era il numero uno del ciclismo, divenne il simbolo del male. «Sicuramente qualcuno non gli voleva bene. E qualcun altro gliene ha voluto troppo». Un appello: «Non sbagliate a parlarne. Era un gigante».
Come Fausto Coppi, nella vittoria e nella tragedia. Marco Pantani, nato a Cesenatico il 13 gennaio 1970, era noto ad appassionati del ciclismo e semplici amanti dello sport come il “Pirata”: quel soprannome l'aveva guadagnato per il coraggio e l'aggressività sui pedali, ma anche per la bandana portata in testa sulle tappe più dure. Il gesto di toglierla e gettarla alle spalle era per tutti il segnale dell' attacco. E l'immagine più nota è quella degli arrembaggi sulle montagne del Giro d'Italia 1998, il suo anno magico.
In quella stagione infatti Pantani centrò l'accoppiata Giro-Tour, un'impresa riuscita prima d'allora a un solo italiano, Coppi appunto, nel '49 e nel '52. Il Giro l'aveva già vinto da dilettante nel '92; 14 volte maglia rosa e sei in gialla, 36 le sue vittorie da professionista. All'ultimo Giro d'Italia cui partecipò, quello 2003, si era qualificato quattordicesimo, mentre dal precedente si era ritirato. Ma la carriera agonistica del Pirata si era conclusa nel giugno scorso, con il ricovero in una clinica che ne aveva segnato il vero addio a ogni speranza di ritorno in gara.
da l'unità on line del 14.02.2004
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Gli autogol dei dominati
Anastasi e la meridionalizzazione della Juventus. La critica del tifo. La fine delle bandiere. Trenta anni dopo la sua prima uscita, Guaraldi ripubblica un testo attualissimo di Gerhard Vinnai sul trionfo del calcio come ideologia da alienazione
MASSIMO RAFFAELI
Spiccava uno striscione in curva Filadelfia del vecchio stadio comunale di Torino, sul principio degli anni settanta: Anastasi Pelè bianco. Proprio bianco non era Pietro Anastasi , centravanti catanese detto appunto «u turcu» ( lo scuro), primo di una schiera di meridionali che giocavano nella Juve autarchica di quegli anni: fra gli altri Furino, palermitano, Cuccureddu, sardo, Gentile, nativo di Tripoli e il leccese Franco Causio, testimoni di una Aufsuedung, o meridionalizzazione, che dettava a Gianni Brera ( in Storia critica del calcio italiano, 1978) parole stupefatte: «Per la Goeuba, come la chiamano i torinisti, prendono a parteggiare con disinvolto determinismo la maggioir parte degli immigrati (...) In effetti, i distinti pro-Goeuba storcono la bocca al rintronare ossessivo dei tamburi, allo scoppio inaudito dei tricchetracche e dei petardi. Insorgono allora nuovi e impensati problemi. Sugli spalti si svolgono battaglie feroci, tali da compromettere seriamente l'ordine pubblico. Il disagio sociale ed economico si trasferisce negli stadi.(...) Il sospetto immediato è che il tifo sportivo non basti più a sfogare il malessere, e torna inevitabile pensare a qualcosa di torbido, di maligno, che periodicamente insorge dal nostro etnos travagliato e ribaldo». Il paradosso in realtà consisteva nel fatto che per la Juve, cioè la squadra della Fiat, del padrone per antonomasia, tifavano gli operai-massa relegati alle catene di montaggio di Mirafiori e Rivalta, gli stessi che il poeta Nanni Balestrini vedeva irrisi, alla stregua di collaborazionisti, dalle loro avanguardie politiche e sindacali che tutt'altro gridavano, infatti, negli scioperi spontanei e nei cortei improvvisati dell'autunno caldo; così li rammenta in Vogliamo tutto, 1971, il memoriale che ne fissa la pena e la rabbia, l'impulso antagonista e il rancore di classe: «Cose come Viva Gigi Riva, Viva il Cagliari, Viva la fica, urlavamo. Volevamo urlare delle cose che non c'entravano niente con la Fiat, con tutto quello che dovevamo fare lì dentro. Per questo tutti quanti, gente che non sapeva per niente chi era Mao e Ho Ci Min gridavano Mao e Ho Ci Min. Perché non c'entrava un cazzo con la Fiat e gli andava bene. E cominciamo a fare un corteo, eravamo un'ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee, si ingrandiva di dietro».
Nel frangente che vede pubblicato il libro di Balestrini, esce in Italia da un piccolo editore di Rimini, Guaraldi, un testo decisamente innovativo nell'approccio al calcio industriale e utile a spiegare, ad esempio, il paradosso della fidelizzazione operaia per il tramite della Juventus meridionalizzata. Firmato da un seguace della Scuola di Francoforte, allievo di Adorno e Marcuse, poi docente di psicologia dello Sport all'Università di Brema, Il calcio come ideologia (Sport e alienazione nel mondo capitalista) di Gerhard Vinnai viene ora riproposto dal medesimo editore di allora (Guaraldi, pp.127, 12.00) e si segnala, a dispetto dei trent'anni trascorsi, per chiarezza analitica e sorprendente lungimiranza, stando agli assetti attuali del calcio quale variabile dipendente del capitalismo monopolista e delle società amministrate. Due sono i punti fermi del lavoro di Vinnai. In primo luogo, lo studioso connette per omologia l'evolvere del gioco e delle tattiche al principio di prestazione e alle regole di organizzazione del lavoro: così, fino agli anni sessanta, il gioco di squadra non è altro che il progressivo adeguamento al modello fordista-taylorista di massimizzazione del profitto-risultato attraverso singoli talenti e specialità (vedi gli squadroni dell'epoca d'oro: il Real Madrid di Di Stefano e Puskas, l'Inter di Herrera); con gli anni settanta, subentra invece una relativa fungibilità dei ruoli (del resto in fabbrica è incipiente la struttura a isola, sull'esempio della Toyota) il cui avvento è annunciato dal calcio totale dell'Olanda di Cruijff e Neskens; infine (e stavolta Vinnai si limita a suggerirlo) il gioco all'epoca del just in time si traduce in spreco programmato, enfasi dissipatoria, laddove non esistono più né campioni né bandiere ma, al contrario, un'omogenea e coatta forza-lavoro, una filiera di nomi consacrati dallo sponsor, o da un logo, solo per esserne presto bruciati e sostituiti: è quanto capita adesso sia alla manodopera sia al ceto medio, sopraffatto dall'innovazione tecnologica e dalla concorrenza , dunque regolarmente liquidato, ad ogni passaggio di fase, da un management che non conosce altra regola se non quella (neodarwiniana, militare e sportiva) dell'homo homini lupus, di un competere al prezzo del vivere.
Di qui muove la susseguente critica di Vinnai al tifo come falsa ricompensa nei modi della fusione comunitaria (con tanto credo calcistico, culto dei campioni, senso di appartenenza tribale) che a sua volta surroga la rescissione del legame sociale e di ciò che una volta si sarebbe definita la coscienza di classe. Scrive lucidamente, in conclusione: «Del sistema della cultura capitalistica di massa, che tiene in riga le vittime dell'apparato culturale estraniato, fa parte anche lo sport, che da tempo va iscritto nel regno della illibertà. Subordinato alla regia di un'amministrazione pianificante, lo sport, al pari delle altre manifestazioni dell'industria culturale, produce l'identificazione degli uomini con le norme esistenti e coi rapporti che stanno dietro di esse. (...) Di quel che era un tempo l'ideologia, una volta soppressi tutti i momenti utopici e critici, nello sport come in tutta la cultura capitalistica d'integrazione non rimane se non il prototipo di un comportamento che si piega al potere del sistema». Trent'anni fa, questa poteva sembrare la diagnosi di un sociologo apocalittico, anzi di un dottrinario innamorato della dialettica e dell'acume sprezzante di Theodor W. Adorno. Ma oggi pare addirittura ovvia, disarmante perché tautologica. Il quadro di quei riferimenti è cancellato ma il calcio come ideologia da alienazione trionfa, mentre i duri e puri di Balestrini sono scomparsi (o crepano in silenzio, coi postumi della silicosi), mentre al posto di Anastasi, nella città multietnica e globalizzata, ormai è valida qualsiasi altra icona.
Non si tratta più di un gioco, e tanto meno di un gioco romantico, bensì di un lavoro perfettamente simulato, di una merce tanto più seduttiva quanto più raffinatamente estetizzata. In Italia, il catalogo è addirittura risaputo: il fatturato sbalorditivo, milioni di appassionati e di teledipendenti a pagamento, bigiotteria ideologica su ogni quotidiano e palinsesto, una invasione di stereotipi che ridisegnano il linguaggio individuale e politico, una azienda-calcio che si vorrebbe modello ed è invece un modello di bancarotta quando il falso in bilancio scompare dal codice, un trip della deriva postmoderna e una mistica interclassista , una ossessione che non risparmia neppure le donne, persino una via italiana all'eternità (dove funge da archetipo il palazzinaro dalle dubbie origini, sinistra parodia del Grande Fratello, proprietario di televisioni e del Milan anni ottanta, il quale finalmente «scende in campo», altro che se scende in campo). Deprime doverlo riconoscere e tuttavia è difficile, anche e soprattutto a chi ama il calcio, dare torto alla clausola di Gerhard Vinnai: I gol sui campi di calcio sono gli autogol dei dominati.
Comincia Controcampo: tra gli ospiti c'è, come sempre, Giampiero Mughini, uomo dai diversi trascorsi ma oggi piegatosi a ciò che combatteva negli anni '70, il quale, appena presentato, raccoglie come sempre una bordata di fischi da parte del pubblico.
Purtroppo stavolta qualcosa non funziona ed il regista gli lascia il micofono acceso, probabilmente per sbaglio: si sentono così distintamente i commenti, ripetuti addirittura due volte, che il tifoso bianconero "per eccellenza" rivolge ai suoi detrattori, parlando con il suo vicino di scranno:
"Teste di cazzo"
Ciao, Carlo
Per chi ama il calcio ci sono diverse giocate che possono appassionare e far fremere: una bella rovesciata, un tiro da fuori area di straordinaria potenza, un colpo di tacco (solo per citarne alcune).
Oggi però vi voglio parlare del “cucchiaio”, che qualche anno prima dell’invenzione di Totti sarebbe stato semplicemente definito “pallonetto”.
Il cucchiaio è un colpo di genio del giocatore, perché bisogna avere l’abilità di fare una finta, di mandare a terra il portiere e quindi di punire la sua frenesia nel crollare al suolo con un “colpo sotto” che è destinato a insaccarsi tra le maglie della rete avversaria.
Il tutto va fatto in meno di un secondo e richiede quindi, più che una bravura nel tocco di palla, che contraddistingue il gioco del calcio, una rapidità e lucidità mentale che in pochi hanno.
Facendolo con un rigore, le cose si complicano ancora di più, perché la distanza dalla porta è maggiore di quanto possa essere durante una fase di gioco ed il colpo va calibrato alla perfezione. Come se non bastasse, c’è il rischio che il portiere non si butti a terra prima del tiro ma attenda ansioso di vedere dove va il vostro colpo per cercare di allungarsi da quella parte.
“Er pupone” è stato il primo a sdoganare il colpo dai campi di allenamento, dimostrando un’intelligenza tattica superiore alla media ma anche una stupidità degna delle barzellette che lo ritraggono. Avrebbe potuto farlo in una partita già vinta, un 4-0 per la Roma al 90’. Invece lui dove lo va a fare? Contro l’Olanda, durante la decisiva “lotteria dei rigori” nella semifinale degli europei. Già l’Italia, con i rigori, non ha un buon rapporto (chiedetevi perché Baggio non è stato più convocato in nazionale…), perché quindi cercare di complicare il tutto?
Ma Totti è fatto così: si alza dal cerchio di centrocampo dove sono racchiusi i giocatori durante questa estenuante roulette russa, guarda i compagni e, come riferiscono le fonti, esclama: “Je faccio er cucchiaio”, prendendo mentalmente del coglione e attirandosi le ire dei colleghi in maglia azzurra. Unico che ha il coraggio di esprimere quello che pensa è il capitano Paolo Maldini, che gli dice, sempre secondo le fonti “Tu sei un pazzo”.
L’abbiamo già detto: Totti non è un pazzo, è solo stupido.
Così si avvicina al dischetto, posiziona la palla sul cerchio di gesso bianco posto ad 11 metri dalla porta e prende la rincorsa.

Davanti a lui c’è un certo Edwin Van Der Saar, che i tifosi “gobbi” ricorderanno bene per le scarne prestazione alle quali ci aveva abituato nel nostro campionato, ma che fino ad allora era ritenuto uno dei migliori portieri sulla faccia della terra, grazie anche alla sua elevata statura ed a quello che aveva dimostrato con l’Ajax in Coppa dei Campioni, vetrina internazionale per la formazione olandese che in casa ha ben pochi rivali.
Ebbene, dicevamo di questo Van Der Saar, un palo da 1,97 metri che ha la strana abitudine, appunto, di buttarsi dopo il tiro del rigorista per sfruttare la sua levatura e gettarsi verso la direzione del pallone.
Avevamo lasciato il nostro paladino Totti pronto a correre verso la sfera in attesa del fischio dell’arbitro. Il romano scatta, tira e manda fuori tempo prima il portiere olandese, quindi i giornalisti che stanno commentando la gara: nessuno se l’aspettava, e non capiscono se è un errore del giocatore, un effetto ottico dovuto al vinello che il buon Bruno Pizzul ha fornito loro prima della ara o un colpo di genio del futuro fidanzato di Ilary Blasi (che tristezza chiamarsi col nome di un cartone animato giapponese!)
Trattasi dell’ultima ipotesi, che lascia con il fiato sospeso tutti quanti.
Il tiro si impenna verso l’alto e spiove verso la parte sinistra della porta (considerata vedendola dal dietro), mentre Van Der Saar va da tutt’altra parte, illuso dalla finta (di sopracciglio?) dell’azzurro. La palla tocca il terreno all’interno della porta ancora prima di toccare la rete, tanto il tiro è calibrato bene.
Totti probabilmente non lo vede nemmeno: è già girato verso il centrocampo, mentre si inginocchia e spinge avanti il pungo stretto della mano in segno di vittoria, umiliando chi gli aveva dato del pazzo. Se solo Maldini & C. ci avessero ascoltato prima: non è pazzo, è stupido!
L’Italia vince, anche grazie a Totti, arriva in finale e perde, ma non siamo qui per parlare di questo.
Da allora “il cucchiaio” o, come dicean tutti “pallonetto”, è entrato nel DNA dei giocatori di classe obbligatoriamente: nessuno voleva più essere considerato meno forte di Totti.
Attenzione, però: ho parlato di “classe”. Cosa che un certo Simone Inzaghi non ha nel DNA, appunto. Ne è prova anche il tipo di gioco del fratello maggiore. Sono giocatori di velocità, d’astuzia, che cercano la giocata veloce sul filo del fuorigioco. Ma non sono giocatori di classe. Lo sa bene anche Massimo Taibi, che ha agilmente parato un cucchiaio del giovane piacentino durante un vecchio Lazio-Reggina. La cosa costò il “posto fisso” a Simone, ma questa è un’altra storia…
Mi spiace fare delle distinzioni e delle preferenze, ma ho sempre avuto una predilezione per i giocatori con un tocco di palla sopraffino, giocatori che dessero veramente “del tu” al pallone. Sto parlando di quelli che vengono comunemente chiamati “trequartisti”, “centrocampisti avanzati” oppure “mezze punte”, anche se a volte certi esemplari possono essere anche reperiti fra le ali, in particolare sulla fascia sinistra (George Best vi dice qualcosa?)
Lo confesso: il mio calciatore preferito è Zinedine “Zizou” Zidane, autore di mirabolanti giocate con le maglie del Marsiglia, della Juventus, del Real Madrid e della nazionale francese. Memorabile il suo goal in “veronica” dal limite dell’area nella finale di due anni fa della Champions League, che ha portato la “coppa dalle grandi orecchie” in terra di Spagna per l’ennesima volta.
Ci sono altri giocatori, però, che mi esaltano abbastanza, tra i quali Paolo Di Canio. Un vero campione, un uomo pronto a dare una spinta ad un arbitro che lo tratta male e che gli fischia un fallo mai fatto, ma pronto anche a prendere la palla in mano e a fermare il gioco quando un avversario è a terra, senza venire accecato dall’agonismo ma seguendo l’istinto.
E’ lo stesso istinto che lo porta a fare giocate mirabolanti, che fanno esaltare i suoi tifosi. Ultima su tutte, appunto, un “cucchiaio” durante un rigore concesso al Charlton domenica scorsa.
L’Inghilterra non poteva che essere la sua terra: perché è un mod e perché il pubblico inglese ha da sempre apprezzato i giocatori di classe ma un po’ pazzi. Basti pensare che per anni l’idolo degli hooligans è stato Paul “Gazza” Gascoigne.
Avrebbe potuto trovare fortuna nella terra di albione anche Gigi Meroni, la "farfalla granata", giocatore dalle caratteristiche umane e giocatoriali molto simili a quelle di Di Canio. Anche Meroni, come il romano, ha sempre avuto rapporti difficili con la nazionale, cosa che oggi sta tarpando le ali al “gioiello di Bari vecchia”, quell’Antonio Cassano che sta facendo faville nella capitale, sulla sponda teverina grigiorossa.
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Purtroppo i tempi di Meroni non erano quelli di oggi, e la gente tendeva a dare ragione a chi lo voleva fuori dalle convocazioni azzurre per i capelli lunghi e la barba incolta. Poi sappiamo tutti com’è finita l’avventura del “calciatore pittore”, che dichiarava sussurrando: “Ho ventitré anni e quindi tutto il tempo per aspettare: fra dieci anni nessuno si ricorderà di me come calciatore e allora farò la personale. E la gente e i critici diranno: vediamo un po’ come dipinge questo Meroni, è un pittore nuovo, mai sentito nominare”.
L’anno dopo Gigi non c’era più.
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Ho imparato a nuotare per necessità. Non che da bambina fossi proprio una cozza patella attaccata a mammà quando mi portava in acqua, però poco ci mancava. Io la mia testolina sotto quella cosa trasparente e così, così…bagnata proprio no, non ce la volevo mettere. Ci avevano provato con le buone, scuola di nuoto, braccioli e pesciolini galleggianti colorati, istruttori che si arrendevano all’evidenza della mia negazione per ogni stile. Passarono alle cattive, presa e buttata dal gommone, o nuoti o nuoti. Recuperata con la promessa che mai più mi avrebbero fatto avvicinare nemmeno alla battigia. Per me sport significava solo una cosa: montagna, sci e ancora sci, fino alle prime esperienze di roccia, il CAI…ma questa è un’altra storia.
Poi il destino a volte ci mette lo zampino, a me ha messo di mezzo una macchina, per evitarla menischi e rotula saltati in un colpo solo, legamenti che stavano insieme con lo scotch. "Deve fare fisioterapia in acqua, il recupero sarà più veloce". Bene, grazie. Primo giorno di piscina, quella dei bambini naturalmente, con il salvagente, la tavoletta e l’acqua che mi arriva ai polpacci. Il recupero procede, si passa alla vasca dei grandi. Portata in giro per la collottola da Sergio (che pazienza) per familiarizzare, il giorno che ha mollato la presa avrei prosciugato anche il canale d’Otranto. Ma io non demordo questa volta, eh no. Riassumendo: sei mesi di unghie piantate nella schiena dell’istruttore di turno prima e nei cordoli di corsia poi, sono riuscita a finire una vasca. Una. A dorso.
Allora sono stata fulminata sulla via delle onde clorate.
Le vasche sono diventate dieci, poi venti e poi…ho perso il conto. Arrivano i brevetti, anche quello di salvamento, le gare dei Master (per intenderci, quelle per chi è over d’età dall’agonismo); una nuova frattura (questa volta piatto tibiale causa attacco rimasto piantato in una buca di neve) non ferma la voglia di acqua. Mare o lago o qualsiasi cosa in cui ci si possa tuffare. A volte mi chiedo e soprattutto mi chiedono "Ma chi te lo fa fare, con le gare mica vinci niente, anzi ci rimetti solo le spese delle trasferte". Perché ci deve essere sempre un premio, qualcosa da vincere, altrimenti per sport non si fa nulla. Quando parlo di comunicare lo sport ai giovani, di spirito sociale mi sembra di usare una lingua sconosciuta. Non ho bisogno di pillole strane, il mio doping è la voglia di stare lì, a misurarmi con me stessa e con gli amici di pinna. Per sport. Con una rinite cronica e i capelli sempre umidi.
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E, -sempre sul personale- cosa di cui non si parla, dello sport. No, non quello ricco e famoso, parlo di quello sudato, nascosto, insomma, avrei già qualche vaga idea.
Momi